Il metodo “Flipped classroom”…..da prendere con le molle.

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Se diceste a mio marito che gli insegnanti non lavorano durante l’estate e “staccano la spina” vi risponderebbe con uno sguardo seriamente fulminante. Io non ci riesco, soprattutto perché durante l’estate c’è più tempo per aggiornarsi e “affilare le unghie” sulle varie discipline.

Durante l’anno scolastico non si trova il tempo da dedicare all’informazione e alle novità che emergono in campo didattico.

La scorsa settimana, ad esempio, mi è stato girato un link  che ho trovato molto interessante sul nuovo metodo didattico “Flipped classroom”.

Così ho girovagato nel web per informarmi al meglio su questo nuovo “fenomeno” utilizzato già da 15.000 classi solo negli USA. Un consiglio: la Khan Academy esce fuori da ogni parte, ma non è l’unico esempio. Forse è il più pubblicizzato… In realtà il pioniere di questa esperienza di facilitazione dell’apprendimento non è Salman Khan ma Jonathan Bergmann del distretto scolastico di Kenilworth nell’Illinois.

Nel modo più semplice che mi viene, potrei dire che il “Flipped Classrooom” è un modello di insegnamento “rovesciato” valido dal primo anno della scuola primaria fino al quinto anno della scuola secondaria di secondo grado, in cui non è la classe ad essere capovolta ma il rapporto Spiegazione : Classe = Compiti : Casa.

Nel nuovo metodo, i bambini e i ragazzi studiano a casa su materiale multimediale creato e scelto dall’insegnante, visionando in anticipo le lezioni che poi verranno approfondite a scuola.

In sede scolastica quindi si predilige il lavoro e l’esercizio.

Tra le molteplici presentazioni di questo modello (alcune delle quali un po’ tristi…una parlava di un’”infarinatura” della lezione successiva…chi l’ha scritta dovrebbe anche spiegare il significato dell’infarinatura per un bambino di prima primaria) ho trovato un interessante video in lingua inglese (che su Youtube si può sottotitolare in italiano, anche se non molto preciso) che spiega cosa “non è” il metodo “Flipped Classroom”.

Evidentemente il “non è” fa pensare che molti insegnanti abbiano evaso alcuni cardini del metodo, attingendo da materiale esplicativo già fatto.

Ho “scoperto” poi che anche il professor Tullio De Mauro, grande linguista italiano, docente di Linguistica generale all’Università di Roma e collaboratore di riviste e quotidiani, ha fortemente sostenuto questo nuovo modo di fare scuola

Ciò mi ha incuriosito molto, perché un suo parere non è sicuramente da sottovalutare.

Il metodo parte da varie necessità:

  1. Risparmiare il tempo della spiegazione a scuola
  2. Seguire i bambini-ragazzi più da vicino nel momento del lavoro, dedicando loro più tempo
  3. Riparare all’inflessibilità della lezione tradizionale attraverso le nuove tecnologie.

Io non me la sento mai di demonizzare una novità in generale e tantomeno, novità che riguardano  la scuola: in primo luogo perché non riesco mai ad assolutizzare i miei pareri.

Non credo sia un pregio…ma sono un’opportunista delle teorie: prendo ciò che mi serve solo perché credo che possa servirmi in qualche momento per qualche motivo.

Di conseguenza divento un po’ critica se i nuovi teorici delle classi flippate condannano e generalizzano e banalizzano altre metodologie.

Fare di tutta l’erba un fascio non denota mai un pensiero divergente.

Ho scelto il video sopra linkato perché è costruttivo e perché esprime tutta la passione di questo insegnante per il suo lavoro.

In molte altre presentazioni si critica soltanto e fortemente sia la lezione frontale, dando per scontato che sia l’unico metodo esistente in tutte le classi di ogni ordine e scuola italiani in voga dagli anni ’30 fino al 2013, sia  chi utilizza altre strategie comunicative che non siano il modello suddetto, parlando di “perdite di tempo” e di insuccesso scolastico reiterato.

Per quanto mi riguarda, insegnando matematica, scienze, geografia e informatica, potrei utilizzare il “Flipp” solo per le scienze e la geografia. Potrebbe anche essere un’esperienza divertente e positiva per me creare, ad esempio, un piccolo video di riferimento come spiegazione, corredato di una play list di video da far vedere a casa (o a scuola ai bambini che non possono). Su questa base i bambini potrebbero creare da soli mappe organiche personali delle conoscenze acquisite, da memorizzare in sede di studio. In fondo ho già applicato in parte questo metodo per le scienze l’anno scorso (senza averne coscienza).

Ma per la matematica no. Non riuscirei a rinunciare agli sguardi dei bambini durante una spiegazione perché essi la modulano, la diramano, la declinano nei modi più diversi per poter essere funzionale alla comprensione. Le “lucine che si accendono” io le voglio vedere…ne ho bisogno. E chiunque mi può dire che perdo tempo…ma io ho la prova che non è così.

La lezione di matematica, almeno come la sento io, è un percorso dinamicissimo verso nuove conoscenze fatto insieme, attraverso le mie e le loro domande. Lì si impara al momento, si costruisce al momento, si lavora mentre si comprende e si comprende mentre si lavora.

Come faccio a far passare un concetto senza guardare i bambini negli occhi?

Ho visionato qualche lezione in italiano (se ne trovano tante digitando “Flipped classroom”) molto simpatiche…monologhi con pause previste dall’insegnante, battute previste dall’insegnante, domande a cui non segue nessuna risposta…non ce la posso fare.

Passiamo ora ad alcuni aspetti pratici che potrebbero rendere problematico l’utilizzo della nuova metodologia:

  1. il problema dell’impossibilità per alcuni bambini di accedere a casa alla documentazione si ovvia facendogliela vedere a scuola…ma allora dov’è il risparmio di tempo? Per non parlare della ancora carente disponibilità a scuola di LIM e computer e perfino di collegamenti alla rete.
  2. I bambini della scuola primaria e i ragazzi della secondaria di primo grado riuscirebbero a gestire in autonomia il materiale fornito? Non viene forse chiesto troppo ai genitori a casa…genitori che spesso, come sappiamo, non hanno neanche il tempo di controllare se il compito (“l’obsoleto compito”) è stato svolto?
  3. Quanti insegnanti creerebbero personalmente le lezioni e quanti invece potrebbero attingere liberamente a quelle già fatte? Molti lo fanno già, come mette in evidenza il video di Math Jhonson.  Ciò spersonalizzerebbe il lavoro che invece, se aderente al modello, dovrebbe essere un momento altamente professionale e creativo per l’insegnante.

L’unica piccola “polemica” che posso fare, dopo tanto riflettere è questa: non è che finora gli insegnanti siano stati a guardare da lontano le nuove tecnologie. C’è chi le utilizza da anni senza pubblicizzare, teorizzare, sminuire o denunciare chi non lo fa. E c’è chi lo fa senza per forza “flippare” la sua classe.

Comunque al di là di tutto, credo che ogni insegnante possa trovare la strada per appassionare i suoi studenti senza assolutizzare nessuna teoria, perché secondo me, chi assolutizza, si sgancia dalla realtà e questo non fa bene a nessuno.

Ylenia Agostini. 

 

 

 

 

 

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