Il risveglio domenicale del parmapapà

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Ultima modifica 18 Dicembre 2015

 

Il sabato del villaggio, la gioia provata da un bambino degli anni Ottanta, che andava a scuola dal lunedì al sabato (non esisteva settimana corta), nel momento in cui suonava l’ultima campanella del giorno pre-festivo. Davanti a lui un tempo che pareva infinito prima della nuova settimana di scuola.

Una sensazione dolce, quasi trasgressiva. Un’unica certezza: domani non si va a scuola, quindi dormirò senz’altro di più, o meglio mi sveglierò quando avrò voglia io.
Una piacevole consuetudine che proseguiva nelle età dell’adolescenza e della prima giovinezza per poi bruscamente interrompersi quando si diventa…genitori.

Domenica mattina. Presto. Buio (siamo a Dicembre). Il tepore della coperta invernale è piacevole. A volte involontari movimenti del corpo la allontanano provocando nel parmapapà piccoli brividi di freddo, in seguito ai quali è ancora più confortante ritrovare il tepore temporaneamente perduto.

Nessuno potrà mai impedire al padre-lavoratore flessibile, stressato da una settimana assai flessibile e da compensi ancora più flessibili, di godere del calore primordiale di un letto ristoratore, mentre fuori la Generalessa Brina ammanta di sé la città immersa nel sonno. Nessuno. Mai. E perché, poi?

I quattro occupanti la dimora familiare non hanno impegni per la giornata di festa. Il lavoro (flessibile) e la scuola (meno flessibile) possono comunque aspettare….

“Papà”. Un sogno di allegra vita familiare. Un sogno. Un incubo. “Papà, svegliati, devo fare la cacca”. Un sogno. La cacca. Che ridere! La risata si spegne. Il tepore se ne va.

La figura reale di un longilineo infante dalla faccia conosciuta. Sogno? Incubo? No: realtà!

Lei non si alzerà. Ha i tappi alle orecchie perché il parmapapà, accidentalmente sovrappeso (per non dire obeso), emette rumori di russamento assimilabili all’eruzione di un vulcano.
Non c’è scampo.

Il freddo delle sei di mattina comincia a perforare la pelle dell’addormentato genitore maschio. C’è ancora speranza. Archiviata la pratica intestinale, il parmapapà ha infatti buon gioco a convincere il figlio più “maturo” (6 anni) a tornare a letto, magari ospitato nel talamo nuziale in mezzo al medesimo parmapapà ed alla suddetta, ignara (o, se consapevole a causa dei rumori inevitabilmente sollevati, certamente recitante il sonno profondo) parmamamma.

C’è un “però”. Che pesa più di 10 chili. Vuoi che il fratellino, 3 anni ancora da compiere, non si sia accorto di nulla?

Il parmapapà può essere stato scientificamente attento ad azzerare qualsiasi motivo di attenzione da parte del cucciolo dormiente. Ma non c’è accorgimento che tenga. L’antenna rivolta alle infinite possibilità di spasso con gli occhi aperti, il piccolo abbandona la nanna ed immediatamente chiama l’addetto di famiglia, il parmapapà, per essere trasportato via dal caldo lettino.

Il parmapapà, in questi frangenti, ha una fiducia incrollabile nella provvidenza e spera che il trasporto possa tosto concludersi con il raggiungimento e la posa del cucciolo sull’ormai affollato lettone. Forse per una mezz’oretta è ancora possibile accoccolarsi tra i soffici guanciali, pur condivisi con altri tre soggetti più o meno rispettosi degli spazi altrui.

No. È meglio non illudersi. All’attraversamento dello stipite della porta che conduce al talamo, l’amore del papà solleva irrevocabilmente il ditino indice della mano destra in direzione del salotto, sede agognata di giochi e svaghi televisivi. È un indirizzamento che non ammette deroghe, a meno di non ritrovarsi citati nell’unico ordine del giorno di riunione straordinaria di condominio convocata a causa di “terrorizzanti urla infantili in orari pre-mattutini”.

Erano le sei al momento della invocazione filiale del combinato disposto water-bidè. Sembra passata una vita, ma sono solo le sei e dieci.

Il parmapapà saluta ad occhi semichiusi, dal freddo divano, l’alba della sua domenica bestiale.

 

Alberto Cardino

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