Il valore dell’attesa

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La notizia risale a ben quattordici anni fa quando una coppia pistoiese comprò un neonato per la modica cifra di 50 milioni, 25.000 mila euro attuali circa, da una ballerina moldava.
Adesso è finalmente arrivata la sentenza, condanna a 3 anni di carcere, ma chissà se faranno un solo giorno di prigione, e l’obbligo di risarcire il minore che oggi è un adolescente.

Mi sorge spontanea una domanda: quando il desiderio di avere un figlio e di fare famiglia si trasforma in ossessione?

 

adozioni

Cosa spinge due esseri umani a obbligare una giovane a portare a termine una gravidanza non voluta pur di coronare il desiderio di genitorialità?
Quanta patologia o quanto consumismo c’è dietro un desiderio del genere?
Perché nel volere “tutto e subito”, anche un figlio, cela secondo me un forte connotato consumistico e un forte sentimento di onnipotenza, quel considerare il voler diventare genitore come una cosa talmente al di sopra da giustificare qualsiasi comportamento anche il più ripugnante come quello di costringere un’altra donna a partorire per te.

Ora, non che questa fantomatica madre si sia comportata meglio visto che qualche mese dopo è tornata a riprendersi il pargolo, non tanto per un redivivo senso materno quanto per cercare di spillare altri soldi ai genitori acquirenti.
Insomma, in definitiva ‘sto povero figlio era finito dalla padella alla brace… anzi no il contrario, dalla brace alla padella.

Mi auguro che in tutto questo bailamme questo bambino sia poi finito in tutt’altro tipo di famiglia, una famiglia amorevole dove l’accoglienza sia passata attraverso quella lunga, a volte forse troppo lunga, attesa che porta la coppia ad acquisire la giusta consapevolezza del divenire genitori. Perché anche l’attesa ha il suo significato. Come spiega in maniera perfetta Mariangela Corrias nel suo intervento pubblicato su Italia adozioni che spiega come “durante l’attesa la coppia fa i conti con la propria impotenza, la cui percezione sembra aumentare giorno dopo giorno.

Se qualche coppia amica parte prima di noi si è anche contenti, ma in fondo al cuore ci si chiede: a noi quando accadrà? I tempi sembrano dilatarsi in uno spazio senza confini.
Non si può fare niente per rendere le ore più veloci, non si conosce la causa degli eventuali ritardi, e il pensiero sembra andare sempre lì, a quella telefonata che non arriva mai.

Durante la gravidanza, si verifica un cambiamento ormonale e psicologico che permette alla donna di “ripiegarsi” su di sé, vengono riportate alla coscienza le fantasie onnipotenti infantili e le relazioni con la propria famiglia di origine: tutto ciò permette la crescita e l’elaborazione del bambino immaginario, quell’immagine del figlio che ogni donna porta con sé.

Quest’aspetto, in un certo senso, va vissuto anche durante l’attesa, anche se non è una spinta inevitabile, biologica, ma riflettuta e voluta. La spinta biologica che porta la donna a ripiegarsi su di sé manca completamente durante l’attesa di un bambino adottivo.
Come scrivono Monaco e Castellani, nella genitorialità adottiva, la coppia è chiamata a recuperare un vuoto attraverso un “supplemento di cultura.
Proprio dove risiede il suo limite, c’è anche la sua ricchezza.
Pensare al figlio, incominciare a fantasticare, tenerlo nella mente, durante la fase dell’attesa, per la madre e per il padre, favorisce la costruzione di uno spazio interiore e psicologico dove accogliere il proprio figlio, per lasciarlo entrare nella propria vita e nel proprio cuore prima ancora che nella propria casa.

Queste fantasie permettono di iniziare a mettersi in gioco, a “sperimentarsi” nel ruolo di mamma, di papà, e di coppia genitoriale.” Ed è in questo modo costruttivo che va vissuta l’attesa del tanto sognato figlio, cullandone il pensiero di lui/lei e “costruendo mentalmente” lo spazio che occuperà all’interno della coppia che piano piano si trasforma fino a diventare famiglia. Sfogliando fra le mille cose che ho archiviato sull’adozione ho ritrovato una lettera scritta da una mamma in attesa, una che ha usato il tempo che la separava dal suo bimbo in maniera costruttiva; scritta con la dolcezza che solo una mamma in attesa sa avere. Ve la passo per cancellare la bruttezza dell’episodio che vi ho appena raccontato, per farvi capire che anche l’attesa ha il suo valore, magari faticoso e pesante da sopportare, ma sicuramente un valore.
Quindi abbiate pazienze care mamme in attesa e sognate, sognate perché vi assicuro che dopo di tempo per sognare non ne avrete più tanto. I vostri bambini richiederanno tutto il vostro tempo ed anche un po’ di più.

Elisabetta Dal Piaz

Riminese trapiantata per amore in Umbria da ormai 18 anni. Ex dietista e mamma attempata, di due fantastici figli del cuore che arrivano dal Brasile. Ma il tempo passa e i figli crescono (e non sia mai avere mamma sempre fra i piedi) ho ripreso a studiare e sono diventata Mediatore familiare, civile e commerciale. E a breve...mediatore penale.

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