Imparare a parlare della propria infertilità

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Parliamo di forza del desiderio. Il desiderio di raccontare e di fare famiglia in un’epoca in cui i giudici sono tanti quanti sono i segreti. L’infertilità è spesso un segreto, di quelli che fanno male, che vanno taciuti per cultura, per ignoranza perché si ha paura delle incomprensioni e dei giudizi.

Si preferisce tacere il problema perché così ci si difende dalle critiche, dalle domande, dagli indici puntati contro.

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I giudici sono chiunque ritiene che ricorrere a una procreazione medicalmente assistita sia volere un figlio biondo con gli occhi azzurri.
Oppure che è folle spendere soldi per un trattamento di PMA quando sarebbe meglio adottare un bambino. Oppure che si è deciso troppo tardi di avere un figlio perché prima si è pensato alla carriera o peggio a divertirsi. Che la pma è un modo di mettere al mondo figli a tutti i costi, innaturale ed egoistico.

Più si giudica e meno se ne parla, meno se ne parla e più diventa grande il peso dell’infertilità.
Così facendo al dolore si aggiunge altro dolore, alla vergogna il senso di inadeguatezza e si rischia di restare schiacciati dal carico della solitudine. Eppure c’è un mondo sommerso, una massa silenziosa e semi nascosta, rivelata solo dai sondaggi che non può lasciare indifferenti.
E sebbene sia più conveniente non parlarne i numeri, invece, parlano in modo molto chiaro: le coppie con difficoltà a procreare sono in aumento.

Questa è una strana epoca, un’epoca precaria, caratterizzata dalla poca stabilità e qualcosa è cambiato nel modo di fare famiglia: nello stile di vita, nella scelta del momento in cui diventare genitori. Perché si fanno figli sempre più tardi, anche se l’età biologica non coincide con quella sociale, quando si è pronti sotto alcuni profili, compreso quello professionale, ma in ritardo sul proprio corpo.

Fa male raccontarlo, ma forse fa ancora più male, tacerlo.

Fa male raccontare che prima di fare figli si è cercato un lavoro per mantenerli, che a vent’anni, si pensava ad altro, quando invece la cosa più naturale sarebbe stata procreare invece che pensare che dare la vita così giovani poteva rappresentare un errore.

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Fa male raccontare le proprie scelte. Perché sono scelte difficili, percorsi dolorosi e non sempre a lieto fine. Che segnano, feriscono, si fanno cicatrice.

L’infertilità cambia la percezione di molte cose: il senso del futuro, le priorità lavorative, la relazione con gli amici e i parenti, l’idea di noi stessi e del nostro domani, il rapporto con il nostro compagno, la relazione con la vita. E far finta che tutto vada bene, anche quando senti che dentro ti frantumi in mille pezzi e potresti giurare di sentire il rumore che fanno le lacrime quando toccano terra , non è la scelta giusta.

E allora forse è il caso di sputare il rospo. Di imparare a parlare della propria infertilità, di fare outing.

Decidere insieme al proprio compagno cosa dire o non dire, scegliere con chi parlare, quando e come e soprattutto di cosa, aiuta a uscire allo scoperto a non sentirsi con le spalle al muro, ai lati del ring con un pugno dritto, dritto al centro dello sterno. Decidere di parlarne invece, restituisce le giuste proporzioni alle cose, rimpiccolisce i problemi, dà una possibilità. Puoi decidere tu, cosa fare o non fare della tua scelta, cosa dire e non dire.

Senza vergogna e senza colpa ma con la consapevolezza di poter decidere.

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