Ultima modifica 19 Novembre 2019

Da un po di tempo, si parla spesso di dislessia e dei disturbi dell’apprendimento. La cosa in se sarebbe molto positiva, qualora le informazioni fossero chiare, dirette e soprattutto giuste…

Nella realtà dei fatti, non succede proprio così, cerchiamo di capire insieme il perchè.
Vale la pena ricordare che la dislessia e i disturbi dell’apprendimento non sono una malattia e fin qui tutto fila liscio come l’olio, allora mi chiedo come mai, nella maggior parte degli articoli informativi, si parla di come curare, di come combattere la dislessia e i disturbi dell’apprendimento.

Dislessia: “Se non imparo nel modo in cui tu insegni, insegnami nel modo in cui io imparo”.

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Non avevamo detto che dislessia e DSA non sono una malattia?

Capirete che la cosa nasconde in se alcune contraddizioni.
Ma cerchiamo di definire che cos’è la dislessia e cosa sono i disturbi dell’apprendimento.

I bambini dislessici e dsa, hanno un quoziente intellettivo nella norma, se non superiore; le principali manifestazioni consistono in:

difficoltà a leggere ad alta voce in modo rapido e corretto, nel caso della Dislessia;
difficoltà nello scrivere; nel caso di disgrafia e disortografia;
difficoltà nel calcolo, nel caso della discalculia.

Le ricerche effettuate sin ora, non riescono a trovare delle risposte definitive, e descrivono “il problema” affermando che è un disturbo neurobiologico, in quanto alcune zone del cervello funzionano diversamente e questo accade soprattutto, per alcuni gruppi di cellule, deputate al riconoscimento delle lettere-parole e il loro significato.

Funzionamento differente a mio avviso indica, anche qui, che in realtà è un modo diverso di essere, se non fosse che viene definita come”Alterazione”, nella maggior parte dei casi.

Ma alterata rispetto a cosa?

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E se fosse un forma di evoluzione del nostro cervello che ancora, non riusciamo a comprendere? Chi lo può dire?

Le persone dislessiche non sono affette da questo disturbo, è come dire che comunque sono malate o funzionano male.

Eppure in diverse occasioni, mi sono ritrovata a condividere articoli che ponevano la questione su questo piano. A questo punto credo che si tratta di coerenza, ditemi perché bisogna combattere un modo di essere al mondo.

Riconoscere le differenze, utilizzare modi diversi, potrebbe essere già di per sè un modo per dare voce a queste persone, al di là delle diagnosi e delle certificazioni.

Andando più nello specifico io parlerei di comprensione delle difficoltà, e di adottare strategie che possono compensare, ma anche la parola “Compensare” porta in se alcuni equivoci di fondo, si compensa quando ci sono delle mancanze e qui non ne vedo francamente. Nel caso chiedetelo ad Albert Einstein…

Cominciamo a dare alle parole il loro significato.

Se una persona non riesce a scrivere, a leggere o fare calcoli, come fanno”Tutti gli altri”, che poi me lo dovete spiegare questo concetto, che mica lo ho ancora capito, forse questa persona deve trovare il suo modo per fare lo stesso compito, ma non è un modo compensativo è semplicemente un modo diverso…punto.

Attribuire alla diversità un valore inferiore, una qualità scadente è un principio a cui non mi adeguerò mai. Andando avanti si parla di sistemi “Dispensativi”, cioè evitare che i bambini dislessici e dsa, svolgano determinati compiti, anche questo secondo me è da valutare, visto che ognuno di noi ha i suoi limiti e certe cose non riusciamo a farle, mi chiedo perchè sottolineare un limite, dal momento che tutti li abbiamo. Allora forse il buon senso dovrebbe farla da padrone, forse se un bambino, per il momento non può fare qualcosa, non lo si umilia e non si sottolinea la sua “Incapacità”, ma si parte da ciò che sa fare, per arrivare a ciò che non sa ancora fare.
Della serie:

“Se non imparo nel modo in cui tu insegni, insegnami nel modo in cui io imparo”.

Parole, etichette, non servono a nessuno, io quando ho davanti i miei bambini, non vedo una dislessia che cammina, un autismo che salta, un iperattività che corre; Io vedo una bellezza che è data dal suo essere Marco, Giovanni, Alice, Simona, persone, uniche e irripetibili che vanno accolte e rispettate sempre: Non è il mio giudizio o pregiudizio di cui hanno bisogno, c’è tanta richiesta invece, di essere ascoltati, compresi e semplicemente aiutati, là dove ce nè bisogno. I bambini non sono numeri o etichette, ma sono il messaggio vivente del futuro che stiamo costruendo qui e ora. La nostra responsabilità più grande è quella di comprendere e aiutare a crescere, al di là di qualsiasi pregiudizio, restiamo umani.

Sabrina 

La redazione del magazine. Nato nel maggio 2013, da marzo 2015, testata registrata al tribunale di Milano. Mamme di idee rigorosamente diverse commentano le notizie dell'Italia e del mondo, non solo mammesche.

1 COMMENT

  1. Si perché si fa finta di non capire la realtà lampante di quello che affermi?
    Semplice: perché fare la lezione frontale-sedativa-unitrasminissiva è più facile che farsi il mazzo in una classe dialogica, interattiva, flessibile e aperta agli imprevisti.

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