Due chiacchiere con Margaret Mazzantini

Ultima modifica 14 Gennaio 2020

Oggi abbiamo il piacere di scambiare due chiacchiere con la scrittrice Margaret Mazzantini riguardo al suo libro “Venuto al mondo”

Domanda di rito: c’è qualcosa di autobiografico nel suo romanzo?

C’è sempre qualcosa di personale, qualcosa che ustiona. Davvero poco di autobiografico ma moltissimo di personale. I miei libri mi somigliano, forse più dei miei figli…

Sono una scrittrice di storie, scrivere mi permette di affrontare i temi che mi interessano, di far sentire la mia voce, sempre nel rispetto dei lettori. Fin da ragazzina mi piaceva raccontare storie, inventare mondi sempre diversi, e ogni volta che accendo il computer non so quale sarà la lingua, ogni volta mi sento come il primo uomo davanti alla caverna, quando è alla ricerca del fuoco per cucinare e per illuminare la notte. È il viaggio dell’eroe, quello del primo uomo che racconta la storia.

Mi piace affondare nella contemporaneità, partendo da lontano. Non conosco mai esattamente l’origine delle mie storie, conosco il sentimento che mi spinge a scrivere, uno smarrimento, una sorta di nostalgia verso la vita stessa. Scrivo affamata, con tutti i sensi spalancati, immobile per ore ed ore come un monaco.

Venuto al mondo è stato un libro difficilissimo, il racconto di una storia intima e molto forte, un lungo viaggio nel tunnel del dolore, un’epopea straziante: ne sono uscita ferita e provatissima.

venuto_al_mondo_copertina

Come è nata l’idea di questa storia e perché ha scelto di ambientarla durante la guerra  in Bosnia?

Mio figlio Pietro è nato nel 1991 come il ragazzo del romanzo. All’epoca avevo questo regalo tra le mani, una vita minuscola da accudire, da affidare al mondo. Come ogni neomamma rimanevo a casa, lo allattavo al seno e intanto guardavo la televisione, i notiziari, con le immagini terribili della guerra nella ex Jugoslavia che riempivano lo schermo. Le lunghe file di profughi, donne e bambini strappati alle loro case, resi miserabili dalla follia della Storia.

La felicità di avere Pietro e il dolore di quegli uomini, donne, bambini, così vicini, così impossibili da sopportare insieme, sono il primo ricordo di questo romanzo.È stata la prima guerra filmata e vista, uno choc per noi, seduti tranquillamente sui nostri divani a parlare, a confrontarci su quell’orrore così vicino a noi, a sole poche miglia di mare. Con un figlio così piccolo, senti ancora di più la speranza nel futuro, ma io vedevo gli sguardi della gente, e poi sentivo i colpi dei cecchini, immagini e suoni terribili che non riuscivo a cancellare dalla memoria. Ho cominciato a raccogliere materiale, una quantità enorme di foto, ritagli, interviste, saggi, testimonianze del tempo dell’assedio, ne ho riempito un baule.

Il messaggio di fondo che ho colto è che madre è colei che ama e cresce il figlio, non solo quella che lo partorisce, è questo che vuole trasmettere con il suo romanzo?

Credo che quando trovi un figlio nel mondo, comunque vadano le cose, lui rimane. C’è gente che li perde e continua a trovarli ogni giorno, nelle fotografie, nell’armadio dei vestiti. E così noi continuammo a trovarlo. In un quadro, alla galleria d’arte moderna. In una lepre che si ferma davanti ai fari della nostra auto e ci guarda per un bel po’, come se dovesse dirci qualcosa. Nella nuca di Diego. Perché lì è rimasto, come un amore sfiorato.

La guerra nella ex Jugoslavia è un buco nero nella nostra coscienza collettiva: terminato il conflitto, sono andata a Sarajevo, ho visto la città, le donne, ho ascoltato le loro storie, mi sono trovata di fronte a questo sventramento, là il mondo era scoppiato come una padella di popcorn. Volevo parlare di quel mondo e di quella lacerazione, perché è questo il senso del lavoro di uno scrittore: porsi interrogativi più forti della storia, coltivare la forza simbolica della letteratura. Venuto al mondo è un grande affresco d’amore e di dolore che si fa cosmico. È la vita che vince sulla guerra, è la sofferenza da cui nasce la speranza di un figlio che è figlio del mondo.

4)La dimensione della guerra è duplice: quella di Sarajevo e quella interiore di Gemma che non riesce ad avere figli. Il ventre di Sarajevo e il ventre di Gemma, svuotato, ma anche il ventre di Aska, colmo di violenza e brutalità eppure pieno di vita. Ci vuol dire due parole su questi parallelismi?

Avevo voglia di parlare di quella guerra e anni dopo, quando ho pensato a una storia di amore e di infertilità, ho capito che l’assedio di Sarajevo era come l’assedio dei miei due protagonisti, Gemma e Diego. I miei libri partono da un’imperfezione, che spinge i personaggi a cercare qualcosa; Gemma e

Diego nel mondo cercano il figlio che non hanno, fino ad arrivare a Sarajevo. Gemma è una donna sofisticata, intellettuale, ma regredisce fino a diventare un animale preistorico, affamato. La sua menomazione incoraggia il suo destino: incontrerà la guerra, il suo utero nero. L’assedio di Sarajevo, il più lungo della Storia, diventa l’assedio di tutti i miei personaggi.

Focalizziamoci sulla maternità di Gemma, così desiderata da diventare un’ossessione, come accade spesso nelle donne che non possono avere figli,  ma più di tutto dice che vuole un lucchetto di ciccia che leghi il suo uomo a lei per sempre.

Io voglio un figlio con i suoi occhi e con la sua nuca, secondo lei ce n’è uno così da qualche parte nel mondo?”

Il desiderio di un figlio nasce esclusivamente dall’amore o c’è anche una punta di egoismo secondo lei?

Per me scrivere è un lavoro di ricerca costante, di scavo interiore, devo avere una motivazione forte per farlo. Ciò che mi interessa scavare con la scrittura sono le menomazioni umane, la marginalità, il dolore, le debolezze delle donne e degli uomini. Mi interessa scoprire la parte più scabrosa di ognuno di noi e cercare di dare un risarcimento ai miei personaggi, uno squarcio di luce in fondo al tunnel. Io vado naturalmente incontro alle persone, perché ho affetto per gli ultimi, e tutti da qualche parte si sentono dei diseredati, tutti aspettano una carezza. Siamo tutti bisognosi. Si scrive sempre per qualcuno, per se stessi basta pensare o tenere un diario. Quando incontro un mio lettore lo guardo negli occhi, ho condiviso qualcosa di formidabile con lui. Amore, egoismo, qualunque cosa.

Il dare, il restituire, la ricompensa: è un tema che ho sentito nel romanzo:

Margaret-Mazzantini

Aska propone a Gemma di essere la loro “cicogna” in cambio di soldi: “bisogna aiutare gli altri e restituire qualcosa”. Quella notte dell’incontro fra Diego e Aska, rimane impressa in Gemma per sempre e le condiziona il futuro finchè, come in un cerchio, non viene chiarita come è andata e Gemma riacquista la pace perchè capisce che nessuno potrà rivendicare la maternità su Pietro.

“Invecchiando si può di colpo diventare avari di se stessi, aridi con il mondo, perché niente ci ha davvero ricompensati” Gemma

Il senso della vita, la verità, il corso delle cose hanno una loro circolarità?

Io scrivo ad altezza d’uomo, parlo della vita con le sue difficoltà. Quando si scrive, bisogna avere il coraggio di osare, immergersi nell’altro da sé. Quando racconto una storia, anche la più dolorosa, ho bisogno di intravvedere sempre uno spiraglio di luce perché tutto il male del mondo, in fondo, trova un suo senso, per quanto a noi incomprensibile, e una possibilità di redenzione. Aska è un personaggio davvero speciale per me, lei rappresenta le donne che si sono messe in coda per ore, rischiando la vita, per riempire d’acqua una bottiglia, quelle che hanno sepolto i loro figli sotto un lenzuolo, quelle che cucinavano zuppe di ortica e aria pura. Aska rappresenta le donne che non si arrendono mai, che sono capaci di ricominciare di nuovo, anche dopo la violenza della guerra, partendo dalle piccole cose.  Donne come Aska conservano la pace nel profondo dei loro cuori e nessuno sa dove l’hanno trovata.

Da chi ha preso spunto per descrivere il personaggio di Gojko che aggiunge poesia e follia al romanzo?

«E’ vero, sono uno stupido!I poeti sono stupidi come mosche contro un vetro!Sbattono l’invisibile per arraffare un po’ di cielo!» “La bambina sedeva in terra. Davanti a una pira di corolle. Fiamme d’inverno parevano.
Aiutami, sono stanca. Spellammo rose fino al tramonto. Nell’odore troppo dolce. Stordente come droga. Chi berrà tutta questa grappa? Le chiesi. Tu, se tornerai. Non ero certo di ritrovare la strada. Mi salutò dalla finestra. Il viso di gesso fuso. Le mani insanguinate di petali.” A Sebina piacevano le poesie del fratello, però faceva troppe domande. Lui le diceva: « Le poesie non si spiegano, se raggiungono il posto giusto, ti grattano dentro ».

C’è molto di me nel personaggio del poeta Gojko: monello e sperduto. Come a lui, anche a me piacciono la poesia e il cielo, il fango e la lotta.

Questa città così dilaniata dalla guerra sembra portare pace per Gemma, con se stessa e nel rapporto che la lega al figlio Pietro che dopo il viaggio sembra rafforzato. E’ la dimensione del viaggio che cambia o è la città di Sarajevo che non è certo solo uno sfondo nella storia, ma una vera e propria protagonista?

Io guardo quelle strade, quei tigli, quei palazzi color piombo. Respiro. Perchè non siamo venuti prima? Questa città è una tasca per noi, è infilare le mani nel buio e sentire un calore che arrivi dal fondo.”

Con mio marito Sergio Castellitto, che è il regista del film omonimo e che insieme a me ne ha scritto la sceneggiatura, siamo stati a Sarajevo, abbiamo toccato quel dolore e quell’orrore, abbiamo fatto insieme un percorso umano, ma anche politico e poetico. In quei luoghi abbiamo trovato una forte tensione etica, ma io sentivo di voler parlare di quella guerra attraverso una storia d’amore, la vita è una moltiplicazione di storie d’amore, una sola storia che attraversa strade diverse.

La droga come fine della sofferenza e della vita, perché ha scelto di trattare così questo tema?

La letteratura agisce in un campo misterioso e simbolico, lavora sull’inconscio, può sciogliere nodi sommersi, può essere davvero terapeutica, scatena fantasmi e fantasia. Dopo questo libro mi hanno scritto in molti, gente della ex Jugoslavia, volontari, preti, psicanalisti, ma anche tanti ragazzi che non sapevano niente di quella guerra e che mi ringraziavano perché finalmente avevano capito qualcosa di sé. Quando un libro tocca un cuore intelligente ti senti davvero in pace. Senti che tutto il tuo lavoro ha avuto un senso.

Grazie della disponibilità e della gentilezza, con ammirazione,

4 COMMENTS

  1. Venuto al Mondo è uno dei miei libri preferiti e ho perso il conto di quante volte l’ho regalato o consigliato. Leggendo questa intervista mi è sembrato di essere di nuovo lì, sepolta tra le sue pagine, come se tutti questi anni non fossero passati. Un articolo che regala forti emozioni: grazie margaret e federica

  2. […] Interview with the writer Margaret Mazzantini on the book “Venuto al mondo” – Le Nuove Mamme | The New Mothers: http://www.lenuovemamme …. […]

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