Ultima modifica 4 Maggio 2018

Il termine empatia deriva dal greco ἐν, “in”, e -πάθεια, dalla radice παθ- del verbo πάσχω, “soffro”, e in origine, nella Grecia classica, definiva il legame emotivo che si instaurava tra il cantore sul palcoscenico e il suo pubblico. Un legame emotivo mediato dall’arte.

Ma come si fa ad empatizzare con un altro essere umano? E’ una reazione naturale o si impara a farlo?

Da una parte, le emozioni umane sono universali, nel senso che si esprimono con le stesse componenti motorie (espressioni facciali, tono di voce e postura del corpo) e vegetative (battito cardiaco e frequenza respiratoria), indipendentemente dall’appartenenza etnica, socio-culturale o linguistica. Insomma, parliamo tutti la stessa lingua, quando si tratta di emozioni, perciò siamo predisposti naturalmente a comprendere gli altri.

Inoltre possediamo i cosiddetti “neuroni specchio”, che si attivano con le azioni motorie e con le espressioni emotive altrui. Essi riproducono nel nostro cervello le condizioni fisiologiche dello stato emotivo che la persona di fronte a noi vive.

empatia

Per esempio, “somministrando a una persona uno stimolo olfattivo sgradevole, come l’odore delle uova marce, si attivano determinate parti del cervello. Una di queste è l’insula, un’area corticale che interviene negli stati emozionali. La sorpresa è stata che, se uno guarda qualcuno disgustato, si attiva in lui esattamente la stessa zona dell’insula. Io ti capisco perché sei simile a me. C’è un legame intimo, naturale e profondo tra gli esseri umani.” (Giacomo Rizzolatti, direttore del dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma)

Affascinante, no? Siamo biologicamente dotati non solo della capacità di comprendere razionalmente ma di “sentire”, come fosse nostro, lo stato d’animo altrui, in modo immediato e senza far ricorso alla comunicazione verbale.

Allora perchè è così difficile portare conforto a chi è in difficoltà?

Ogni buon venditore ha successo quanto più è empatico verso i suoi clienti, così come una mamma sa entrare in comunicazione empatica coi propri figli, attraverso un processo simbiotico che in parte dipende dal sistema ormonale.

Senza empatia non saremmo in grado di adeguare il nostro comportamento alle diverse situazioni. Che sia un colloquio di assunzione, un appuntamento galante o una riunione di condominio, possiamo sintonizzarci sugli stati emotivi dei nostri interlocutori ed ottenere i nostri obiettivi.

L’empatia dunque caratterizza molti aspetti della nostra vita. Tutti possiedono una certa empatia, ma una delle condizioni importanti è poter assistere, vedere lo stato emotivo della persona.

Se soffro di infertilità, mi trovo in una condizione particolare, per certi aspetti. La dimensione emotiva che vivo può non essere immediatamente visibile ai miei interlocutori.

Inoltre, anche se l’infertilità è di fatto una condizione medica, è più semplice mettersi nei panni altrui quando questa è una malattia cronica, che determina un forte impatto sulle attività quotidiane della persona ed è progressivamente invalidante. Se occhio non vede, cuore non duole, si potrebbe dire.

Anche se ha basi biologiche, l’empatia non emerge spontaneamente, essa dipende da un atto di volontà, di autodeterminazione. Dunque può essere appresa.

E’ necessario però guardare negli occhi la persona che abbiamo di fronte, identificarsi col suo vissuto, fare uno sforzo per riconoscere in lei parti di noi stessi, e poi guardare il mondo attraverso di esse. Mettersi nei panni degli altri, riconoscere il familiare nell’estraneo, ecco cos’è l’empatia.

La sofferenza altrui è un peso. La sofferenza, di qualunque genere, impone di rallentare i ritmi delle nostre attività, del nostro fare, e di entrare nella dimensione dell’essere. Non si tratta di trovare una strategia per risolvere un problema, o meglio, quella è solo una parte e non la più rilevante, della questione. Si tratta invece di affrontare gli effetti che la sofferenza ha sull’individuo, sui suoi progetti di vita, e sulla relazione di coppia nel caso dell’infertilità.

Per essere empatici, e questa è una buona notizia, non serve fare molto. A volte non serve fare niente. Basterebbe esserci, ed esserci ogni volta che la persona lo necessiti. Una lista di comportamenti empatici la puoi trovare qui

Al di là delle influenze culturali e sociali, com’è che alcune persone sono empatiche, altre no? Come si spiega?

Semplice: “Quanto più una persona ha imparato ad accettare le proprie emozioni, a dialogare con esse, tanto più sarà capace di sentire e capire quelle degli altri” spiega lo psicoterapeuta Adriano Legacci.

Quanto più la nostra vita interiore è ricca e costruttiva, tanto più saremo in grado di aprirci agli altri. Empatia è una qualità della persona matura e forte, non di quella insicura ed emotivamente instabile.

L’empatia si sviluppa da piccoli, imparando ad esprimere le proprie emozioni e a riconoscerle negli altri, accogliendole e assecondandole con consapevolezza, e imparando l’autocontrollo. Si potrebbe pensare che più una persona ha sofferto, tanto più sarà in grado di provare empatia per gli altri. E invece non è così. O quanto meno questa non è una condizione sufficiente.

Come per altre qualità positive dell’essere umano, credo che anche l’empatia dipenda da uno sforzo cosciente, la decisione di riconoscere negli altri la sostanza di cui noi stessi siamo fatti.

Vuol dire liberarsi dai meccanismi di difesa, dalle maschere, ed accettare di rimanere nudi di fronte alla sofferenza altrui. Prendersi il peso, il carico delle emozioni altrui e decidere di portarlo sulle nostre spalle per un pò, come fosse nostro. E, se possibile, bisognerebbe farlo portarlo fino a dare sollievo alla persona che soffre, la quale, vedendosi accolta, si accetta a sua volta e ritrova le forze per continuare e, magari, per abbandonare parte del fardello per strada.

“Se ciò che io dico risuona in te, è semplicemente perché siamo entrambi rami di uno stesso albero.” (William Butler Yeats)
PS.: se ti va di provare, qui trovi il link al test sull’empatia.

 

 

 

La redazione del magazine. Nato nel maggio 2013, da marzo 2015, testata registrata al tribunale di Milano. Mamme di idee rigorosamente diverse commentano le notizie dell'Italia e del mondo, non solo mammesche.

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