La ragnatela

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Ultima modifica 20 Giugno 2019

 

L’identità della nostra scuola pubblica ha la struttura di una “ragnatela”: tutti siamo collegati, in ogni momento e in ogni luogo, a un centro che è storico e ideologico insieme. Ci incontriamo in punti significativi nel presente, quando ci specchiamo nei nostri problemi,  e a momenti significativi nel passato.ragnatela-rugiada
Per quanto altre realtà nascano “per ispirare il mondo dell’istruzione”, non riescono a rompere la nostra “ragnatela”, perché i nostri obiettivi sono stati, e sono tuttora, diversi.

La settimana scorsa ho letto di una scuola svedese, che ha attivato il metodo Vittra , un tipo di scuola differente, che vuole formare persone nuove, flessibili, creative, passando attraverso l’ambiente in cui si strutturano. È meraviglioso leggere le motivazioni e gli obiettivi che si pone questo tipo di ideologia, considerando che l’ambiente in cui si vive sia fisico, sia sociale, fa la differenza nella crescita personale. Senza classi, pareti di vetro, tecnologia al top, bambini liberi di riunirsi per imparare ciò che li incuriosisce: una scuola ideale.

Sì, non si può dire di no.
Ma noi siamo quelli che “l’erba del vicino è sempre più verde”?
Io non vorrei esserlo. Anzi, non lo sono perché non credo tanto nei cambiamenti drastici, ma nell’evoluzione in meglio e “con calma” di ciò che non va, puntando su ciò che qualifica e sulle capacità delle singole persone, sia che lavorino in una scuola 2.0, sia che lavorino in una scuola con 15 bambini, magari, in un paese di montagna e senza wi-fi.
E non sono la sola. Nel grande mondo sommerso dei gruppi di insegnanti, di fronte a questa “scoperta” svedese, tutti si sono posti educatamente in modo critico, non tanto sul nuovo metodo, quanto sulla mancanza di risultati di miglioramento comprovati. Questo vuol dire che “tanto l’uva è acerba?” Non credo.
Il fatto è che non possiamo pensare di buttare al macero, con un colpo di spugna, tutto il lavoro che si fa nonostante tutto – perdonate il gioco di parole. E dobbiamo anche dire che, anche se non avremo sale di vetro, uscire dalle nostre scuole è come specchiarsi nell’arte, nella storia, nella cultura.
Abbiamo, è vero, strutture scolastiche che non rispecchiano il lavoro che si fa all’interno e che spesso lo ingabbiano. Le scuole pubbliche sono come la casetta della strega di Hansel e Gretel a rovescio: il bello sta dentro, da fuori non si vede, non si sente. E ci sarà anche il brutto, perché no? Ma anche i giovani svedesi avranno i loro problemi a scuola, nessuno ne è esente. Penseremo mica che sia tutto perfetto?

Nel corso di quest’ultimo decennio – parliamoci chiaro – ci siamo sentiti dire, da voci esterne (governo, genitori, psicopedagogisti, anche stranieri) che come insegnanti siamo fannulloni, incompetenti, eccessivamente numerosi (che è come dire inutili). Tutto ciò basandosi su cosa? Sui risultati delle Prove Invalsi? Ormai anche gli Stati Uniti, che hanno diffuso questo nuovo metodo di valutazione della scuola, stanno tornando indietro, perché fare test decontestualizzati non aiuta la didattica e la “innervosisce”. Per di più, si rivela un sistema che valuta così faticosamente il lavoro di un insegnante in classi piene di variabili, che i risultati perdono di attendibilità. Valido ai fini di un aggiornamento  della didattica verso la competenza, ma incapace di valutare un lavoro così complesso.
Ma diciamo le cose come stanno: Franco Frabboni parlava già 30 anni fa di “didattica per competenze”. Franco Frabboni, italiano: ecco, la ragnatela. A buon intenditor poche parole.
Pensiamo che altri possano insegnarci ad andare lontano, verso una scuola migliore, ma la nostra scuola il meglio ce l’ha dentro e nella sua storia, pronto a crescere con strutture più adeguate e qualche punto wi-fi in più. Possiamo migliorare sempre, ma dobbiamo migliorare quello in cui crediamo, non in ciò che ci passano gli altri. Il copiato non dà mai buoni risultati e perde d’intensità.


w-la-scuola-w-the-school[1]Noi “lavoriamo un tipo di scuola” inclusiva al massimo, una scuola che altri stati europei non hanno neanche mai considerato. Una ragnatela di livelli economico-sociali, culture diverse, livelli d’apprendimento, difficoltà specifiche o meno, disabilità: noi abbiamo scelto di lavorare insieme ogni giorno e questa, secondo me, “è l’Identità” della nostra scuola pubblica.
Gli insegnanti, che non ci credono e non ci mettono il cuore, fanno molta più fatica degli altri, perché è questa la nostra realtà, una realtà di cuore, aperta a tutti. Del resto, si può andare a lavorare in Svezia.
Non essendo questo riconosciuto a livello di governo – ne sia la prova tutto il disfattismo che ci portiamo sulle spalle, che non ha fatto altro che remare contro il nostro lavoro di inclusione quotidiano (vedi tagli delle compresenze, tagli ai fondi operati nel corso di 10 anni, vedi  le prove Invalsi, che valutano dall’alto come una formina, per far tornare tondi i biscotti che, in realtà, servirebbero a forma di cuore), ogni giorno è complicato. Ma, quando si riesce a portare avanti una classe così varia, così ricca, così di cuore, nel bene e nel male, la soddisfazione è ancora più grande rispetto a quella di avere una bella struttura vetrata svedese.
Sembrerebbe iniziato, da dieci anni a questa parte, lo smantellamento del volto storico della nostra scuola pubblica italiana, quella che ha messo, negli anni ’70, le radici nel rispetto dei diritti umani, più che in altre parti d’Europa, quella che ha parlato per prima di tenere all’interno di un’aula bambini in difficoltà, invece di tenerli in scuole separate. A chi darà noia questa scuola? Io ne sono innamorata, ma tutto è soggettivo, no?
E a crederci sempre più forte ce lo insegna chi ci rema contro. Tuttavia, noi siamo “una ragnatela” e me ne accorgo ogni giorno di più perché, nel bene e nel male, un altro modo d’insegnare non lo conosciamo.

Ylenia Agostini

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