La sindrome di Cassandra

Ultima modifica 16 Marzo 2016

Le preoccupazioni di una madre prendono vita paradossalmente quando mamma ancora non è.
Iniziano quando si affaccia verso il basso, e ad incontrare il suo sguardo non ci sono più i piedi, ma il rotondeggiante involucro che contiene il suo prezioso ripieno. E’preoccupata se il bimbo si muove poco, è preoccupata se invece si muove troppo, è preoccupata se ingrassa troppo oppure se non ingrassa affatto, è preoccupata perché ha la pancia a punta e invece l’amniocentesi giura che la sua ospite sarà di rosa vestita, è preoccupata perché non ha mai un dolore, è preoccupata perché invece sente male dappertutto.

Una mamma, in genere, è preoccupata e basta. E se non è preoccupata, allora si preoccupa perché non è preoccupata.

mamma

E’ un concetto espresso in modo sicuramente troppo semplicistico, ma esplica un comportamento piuttosto comune. Le mamme non assumono atteggiamenti fotocopiati, lungi da noi affermare una simile baggianata, però è innegabile che il demone della preoccupazione finisca con il cogliere, in un modo o nell’altro, ciascuna di noi. I motivi sono disparati, e sarebbe impossibile ed estremamente tedioso elencarli tutti. Non è sostanziale disquisire sull’oggetto delle nostre angosce; ciò che preoccupa una mamma potrebbe essere diametralmente opposto a ciò che preoccupa un’altra.

Il punto è che a volte ci si ritrova a preoccuparsi per il proprio figlio, anziché occuparsene. Un esempio pratico: supponiamo che un bimbo X, un giovanottino di 6 anni suonati, faccia pipì a letto per ben due giorni consecutivi poco prima che inizi l’anno scolastico. Non gli era mai capitato, neanche all’avviamento della sua carriera di spannolinato. Non è chiaramente una tragedia ma l’embolo parte, puntuale.

Queste le equilibrate riflessioni della madre sull’accaduto (ci auguriamo lontano anni luce da orecchie infantili):

“O mmmio Ddddio! Sicuramente avverte la pressione per l’inizio della prima elementare. Sarà spaventato, confuso, dilaniato fra il desiderio di diventare “grande” e quello di rimanere per sempre il cucciolo della mamma. Oppure soffrirà per qualche altro problema che al momento mi sfugge; quello di fare la pipì a letto è un sistema per attirare l’attenzione, attenzione che evidentemente non so più fornirgli nel modo adeguato… Si sente solo, abbandonato. Ho sicuramente fatto qualcosa di sbagliato, ma cosa? Cosa ho fatto? Perché mai ha fatto la pipì a letto, santo cielo? Come posso aiutarlo a superare il suo disagio? Come? Eh? Come?”

Questa la reazione del papà: “Cara, s’è solo fatto la pipì sotto!”

Il pragmatismo maschile sarà anche duro da mandare giù ma, con buona pace di Freud, dobbiamo ammettere che in determinate occasioni l’invidia del pene ci coglie, eccome! Effettivamente il bambino si è soltanto fatto la pipì addosso, e non si sognerà più di farlo nei secoli a venire, a meno che uno sventurato giorno qualcuno non lo placchi in un angolo e gli punti una pistola alla tempia.

Ora, tornando all’argomento principale: in quale modo possiamo occuparci dei nostri figli anziché cadere vittime della preoccupazione? La soluzione non è semplice da cogliere, ma è forse contenuta in un piccolo libro di Spencer Johnson. Si chiama “Il Presente” e regala, per chi sappia coglierlo, uno strumento per rendere concreta la nostra capacità di decidere, riflettere, pianificare, adattarci e – soprattutto – di godere e apprezzare Il Presente, la cosa più bella che la vita ha da offrire.

Per una mamma è generalmente difficile vivere nel presente senza preoccuparsi del futuro, soprattutto di quello dei suoi figli. Il futuro ci spaventa a morte, anche se al 90% le preoccupazioni si rivelano come previsioni del tutto errate e fin troppo pessimistiche. Come possiamo sdoganarci dall’atteggiamento deleterio del “succederà questo, me lo sento”?

Parlare ad oltranza con le amiche, o riversare in un blog le nostre angosce, costituisce una potente valvola di sfogo e soprattutto attua una ricerca di condivisione che scalda il cuore. Ma a volte ci chiediamo: invece di impiegare il tempo ad esternare le perplessità scrivendo dei post o sfinendoci di chiacchiere a vicenda, non faremmo meglio a fermarci ad ascoltare il Presente dei nostri bambini ? Basterebbe captare i messaggi nascosti nei loro vari momenti di vita, soltanto loro sono in grado di fornirceli. Dovremmo smettere di predire il futuro, frullare lontano la sfera di cristallo e fermarci ad ascoltare.

Sì, quest’ultima frase suona sicuramente sensata, ma la domanda persiste: guarire dalla sindrome di Cassandra è davvero possibile?

Monica

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