La tecnologia che allontana…

Ultima modifica 20 Giugno 2019

È un pomeriggio come tanti.
Io e mio fratello siamo nella stessa casa, in stanze diverse.
Lui probabilmente non ha idea di cosa io stia facendo e io non ho idea di cosa stia facendo lui.

Eppure so perfettamente cosa fanno le mie compagne dell’università, la mia amica che studia a Potenza, mia cugina a Firenze…

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Leggo su Tumbrl i pensieri più segreti di ragazze di cui non so nemmeno il nome e che scrivono da chissà quale parte d’Italia, ma non ho nemmeno la minima idea di cosa stia passando per la testa in questo momento a mio fratello che si trova solo a due stanze da me.

“La tecnologia avvicina i lontani, ma allo stesso tempo allontana i vicini”.

Quant’è vera questa frase. È terribilmente vera.
Per legge dovrebbero scriverla sulle scatole dei telefonini, come “Il fumo uccide” sui pacchetti di sigarette. Che è fin troppo vera ne ho avuto la conferma questa domenica, la Domenica delle Palme.

Stavamo, come ogni anno, dalla nonna.

I “piccoli” – che poi tanto piccoli non lo siamo più – da un lato del tavolo, i “grandi” dall’altro.
Ogni anno il lato più rumoroso è sempre stato il nostro, quello dei “piccoli” che ormai tanto piccoli non lo siamo più.

Quest’anno, invece, no.

Mentre mangiavamo stavamo tutti in silenzio, con gli occhi che andavano all’occorrenza dal piatto allo schermo del cellulare.
Dal lato dei grandi non si levavano più i soliti “Mangiate prima, poi parlate” o “A tavola si fanno le persone serie!”, ma continui “Posate questi cellulari!” e infine il “Ormai non c’è più comunicazione” detto dalla nonna.

In realtà, nonna, la comunicazione c’è ancora, ma è cambiata.

È diventata una comunicazione che privilegia chi non c’è rispetto a chi c’è, che avvicina i lontani e allontana i vicini.

Una comunicazione a doppio taglio.

E non so, nonna, perché quando caccio tutti dalla mia stanza perché dico di voler stare da sola, poi apro What’s app e mando un messaggio alla mia amica con tanto di emoticon che sorride a trentadue denti.
È un controsenso, lo so. Anzi, non lo so, non lo capisco.
Come non so nemmeno perché le ragazze senza nome che scrivono su Tamblr da chissà quale parte d’Italia, preferiscono affidare ad un blog i loro pensieri invece di confidarli a qualcuno in carne ed ossa.

Sarà che è più facile parlare a qualcuno se non hai un nome e se quel qualcuno a cui parli non ha un volto.

Sarà…
Vado a chiedere a mia fratello cosa ne pensa lui, nell’altra stanza…

Miriam Santimone

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