Ultima modifica 14 Ottobre 2019

 

Ieri guardavo la mia casa. L’ho costruita con molta fatica, pezzo per pezzo. Con amore e passione. Mi sono anche divertita.
Sono passati tre anni. Ora la guardo con occhi diversi. L’entusiasmo è scemato, l’emozione di andare a vivere da sola, come tante altre donne, anche. Rimangono elettrodomestici non più nuovi, non gli ultimi modelli insomma. I muri avrebbero bisogno di una bella rinfrescata di pittura, qualche mobile è stato un cattivo acquisto e mi presenta i conti. Sbeccature, zone opache e già un po’ malandate.

Mi piacerebbe buttare via qualcosa e ricomprare. E’ uscita una nuova lavatrice tutta azzurra, con l’oblò che quando gira è uno spettacolo da guardare. E un frigo doppio, in alluminio, con il dispenser per il ghiaccio. Ma perché cambiare qualcosa che funziona? Mi faccio prendere anche io dalla maniacale sostituzione consumistica? L’ultimo modello di cellulare, l’ultimo grido in fatto di scarpe, la ricerca sempre del meglio a tutti i costi, ad ogni costo. Il costo. Sì, è vero, ma si possono comprare a rate. C’è sempre una scorciatoia per soddisfare le nostre bramosie, anche quelle più superficiali.

coltelloOrmai è una abitudine. Mi annoio del vecchio, sostituisco con il nuovo. Non c’è pazienza, affezione, gusto nel conservare ricordi. Abbiamo un po’ perso l’essenza. Sembra tutto facile, tutto a portata di mano. Ci creiamo addirittura un alter ego sui social network per provare a vivere vite diverse da quelle, che a volte, ci stanno tanto strette. Sempre di fretta perché vogliamo fare tanto, tutto, troppo. Scordiamo i nomi dei vicini, scordiamo i compleanni delle amiche, scordiamo di sorridere e salutare se incrociamo qualcuno che vediamo da sempre. La nostra casa o la nostra famiglia. Che noia. Sempre la stessa cosa. Voglia di cambiare, voglia di scappare dal nulla che ci siamo costruiti dentro.

Il consumismo dei sentimenti. Perché in realtà noi nasciamo, cresciamo, ci sposiamo e procreiamo. Ma spesso non ci ascoltiamo. Tanto poi eventualmente si cambia, si sostituisce, ci si separa, si elimina. Si elimina sì.

Con un taglio netto.

I figli piccoli sempre malati, le spese di casa, una compagna da sei anni fedele ma che non corrisponde esattamente alla collega in ufficio che “può far girare la testa”.
Capita. Capita a tutti e da sempre. Da quando è nato il mondo. Ma tu piccolo uomo dal sorriso di plastica non puoi saperlo, perché non sei mai nato. Tu sei un contenitore. Un sacco vuoto. Ti riempi di ciò che ti serve e nel momento in cui ti serve. Piccolo uomo ripieno di piccoli egoismi e grande ignoranza. L’hai usata anche prima di ucciderla. Lei, l’ostacolo alla tua brama di libertà.

Lissi strage Motta E hai continuato anche mentre ti chiedeva perché. Invece di scappare, di cercare aiuto, di urlare aiuto. Pensa piccolo uomo ripieno di niente, ti ha guardato negli occhi e ti ha chiesto perché. Poi non ha più potuto chiederti niente. Hai voluto umiliarla stordendola con un pugno. Un pugno su una donna già ferita. E poi l’hai finita. Ma il tuo sacco era ancora pieno di cose belle che tu non meritavi. I tuoi figli. Quindi sei salito al piano di sopra dove le creature dormivano tranquille e hai affondato ancora la lama. Quella che la tua piccola mente è riuscita a costruire in anni di frustrazione. Hai affondato lì, nel collo, dove gli uomini baciano le loro donne, dove i padri sbaciucchiano i loro figli. La tua piccola mente stupida ha ucciso la tenerezza di tutto il mondo. Ha fatto piangere mogli, mariti e bambini di questo mondo.

Ma il tuo gesto non ha tolto la speranza. Anzi. La nostra terra sopravvive grazie alla famiglia. In questi giorni famiglie etero, gay, separate, divorziate, allargate, si stringono intorno a Cristina, ai suoi bambini, alla sua mamma, annientata, e a tuo padre, a cui, dopo quello che hai fatto, è venuto un infarto.

Piccolo uomo stupido.

Tu non hai ucciso la tua famiglia, perché tu non ne hai mai avuta una. Quella era la famiglia di Cristina, voluta, creata, mantenuta, alimentata con il suo calore che vive ancora in tutti i suoi amici. Ti sei fatto la doccia e messo il vestito per la partita. Ma non è servito. Tu sei una macchia nera e informe. Non c’è posto per te. Tu sei l’ostacolo.

Non sei malato. Sei un uomo piccolo. Anzi, non sei mai nato.

Michela Cortesi

La redazione del magazine. Nato nel maggio 2013, da marzo 2015, testata registrata al tribunale di Milano. Mamme di idee rigorosamente diverse commentano le notizie dell'Italia e del mondo, non solo mammesche.

6 COMMENTS

  1. Maledetto bastardo, deve campare talmente tanto a lungo da rendersi perfettamente conto di quel che ha commesso e deve impazzire di dolore, in preda ad atroci attacchi di panico e paura, perchè deve avere tanta paura, dentro e fuori dal carcere, ormai, non avrà mai più pace, questo omuncolo.
    E’ per questo che non deve morire: non deve trovare pace. MAI.

    • non è mai nato ed è già morto. Un esempio, donne attente! E’ meglio rinunciare a tutto, ma salvarsi la pelle!

  2. Mi piace il tuo articolo! Passione vera. E molto altro! Ma ti prego non dire “donne attente” come se solo l’uomo fosse il pericolo… non se ne esce più.

    • Grazie Vittore. E invece ci vuole. Non ho scritto attente a tutti gli uomini. Ma è un monito. E una modesta critica. Se ci rendiamo conto che abbiamo a che fare con qualcuno che si sente legato, se avvertiamo dei campanelli d’allarme, non sottovalutiamoli. Io ritengo sia importante.
      Uomo o donna che sia la controparte 😉

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