Lettera aperta alla Littizzetto

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Ultima modifica 20 Aprile 2015

“Cara Luciana, lo sai cosa si nasconde sotto il sorriso di una cassiera che ti chiede di quante buste hai bisogno?”

Così comincia la lettera che alcune dipendenti della Coop hanno inviato a Luciana Littizzetto, protagonista degli spot nei quali dipinge lo stile coop attento ai bisogni, alle necessità delle famiglie, con prodotti che coniugano qualità con prezzi, solidarietà e benessere nel proseguo dei famosi slogan “la coop sei tu”, la coop pensa a te’ ecc…ecc…

Certo la coop non si preoccupa delle condizioni dei suoi dipendenti, anzi delle sue dipendenti, perché, è scritto nella lettera, la coop ( notoriamente di sinistra) si dimostra sociètà dal maschilismo più bieco che si conosca.

Nessun dirigente donna, nessuna che possa sperare ad uno sviluppo di carriera, moltissime le precarie e tutte lavorano 6 giorni su 7, anche la domenica, con una paga che è difficile che arrivi a 700 euro il mese, senza sicurezza del posto, obbligate ad obbedire a tutti gli ordini, senza mai contestare, per paura di perdere il posto perché si può essere licenziate anche dopo 10  anni di lavoro, certo non troppo continuativi, ma comunque 10 anni.

E, visti gli attuali chiari di luna, si vedono costrette a sopportare, a chiedere il permesso anche per andare in bagno, a tollerare anche molestie di tipo sessuale e non solo.

Il “ mondo coop “ è questo, scrivono, e lo scrivono nel giorno dedicato alla lotta alla violenza sulle donne, non quel mondo ideale, perfetto, amicale descritto dalla Litizzetto nei suoi spot televisivi.

Un mondo fatto di turni pesantissimi, che possono essere modificati anche senza preavviso, addirittura con una telefonata che intima l’immediato rientro al magazzino, e non importa se si erano presi degli impegni, se si hanno figli da accudire, se non si ha nessuno a cui lasciarli, perché si pensava di essere libere, no alla coop non importa nulla della vita delle sue dipendenti.

La lettera aperta rivela tutto il disagio delle donne che lavorano nel commercio, perché gli esercizi devono essere sempre aperti, aperti tutti i giorni e fino a tardi e la loro intenzione di uscire allo scoperto, di denunciare la disagiatissima e precaria condizione delle donne, di cercare e trovare il modo di renderla più sopportabile e sicura.

E si rivolgono alla Littizetto che, è vero, è solo il testimonial della coop, che l’ ha scritturata anche per la sua fama di castigatrice ironica e sferzante dei cattivi costumi, e che, forse non sa, non si è informata, di come realmente si svolge la vita, in quei grandi magazzini pieni di luce e di attrattive, tanto che un passato slogan proclamava vengo a vivere alla coop.

Era una pubblicità ingannevole, perché chi vive dentro la coop sono le cassiere, le banconiste, le ragazze che sistemano la merce negli scaffali e che, se appena potessero, scapperebbero a gambe levate da quel postaccio che è ben lontano dall’essere l’ambiente simpatico, accattivante e attento al benessere che viene descritto negli spot.

Speriamo che queste parole ti raggiungano e ti facciano pensare, scrivono nella loro lettera chiedendole di girare uno spot per la dignità del lavoro.

E ora, come risponderà, se risponderà, l’attrice di sinistra a delle lavoratrici di sinistra, perché tali sono le firmatarie della lettera?

O si limiterà a frustare i facili costumi, le cattive abitudini degli altri e salverà i suoi datori di lavoro?

 

Nonna Lì

3 COMMENTS

  1. Io sono cliente della coop da anni e questa storia non mi piace per niente… accidenti! Sono curiosa di sapere cosa ne dirà Luciana, ma soprattutto cosa ne diranno i dirigenti di questa azienda!

  2. tramite una mia amica,la cui sorella lavora alla coop sapevo che non era rispettato il lavoro delle dipendenti ma non immaginavo a quel livello li!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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