Ultima modifica 15 Luglio 2019

Cari ragazzi/e,

in questo ultimo periodo il mio pensiero è sempre rivolto a voi, che come me, avete deciso di intraprendere uno dei lavori più belli del mondo, ma che ora sembra diventato una prigione dalla quale non si riesce più ad uscire.
Ho donato tutta la mia vita all’insegnamento.
Ad ogni allievo ho cercato di lasciare un pezzettino di me.
Vi ricordo tutti, uno ad uno, con i vostri difetti ed i vostri pregi.

scuola

 

Ricordo le facce impaurite quando scorrevo il registro per le interrogazioni e la soddisfazione nei vostri occhi quando prendevate bei voti. Ho cercato di trasmettervi tutte le mie conoscenze per lasciarvi poi la possibilità di volare con le vostre ali, aspettando per ognuno il momento giusto.
Ogni volta che qualcuno di voi mi diceva che avrebbe voluto seguire la mia strada, mi sentivo soddisfatta ed orgogliosa, perché dentro di me qualcuno mi diceva che avevo svolto il mio lavoro con amore e dedizione.

Ma ora che vi vedo soffrire in questo limbo, il mio cuore si spezza.
Quando ho cominciato io, la scuola era completamente diversa.
Gli insegnanti venivano rispettati ed amati, qualche volta perché no, anche temuti.

La nostra opinione non veniva mai messa in discussione dagli alunni, dai genitori, né tanto meno dalle istituzioni, perché la scuola era un’istituzione.

Entrare in classe era una gioia.
Ovviamente sono sempre esistiti i “secchioni” e gli “svogliati”, ma il clima generale era diverso.

Eravamo supportati psicologicamente ed economicamente. 
Di certo non posso dire che sia stato tutto rosa e fiori, anche io come le mie colleghe ho fatto la mia gavetta. Ho cominciato ad insegnare appena laureata. Il lavoro allora non mancava, nonostante fossi al Sud.
Poi, mi sono trasferita in Umbria, dalla Calabria. La mia è stata una richiesta, non un’imposizione.
Nessuno mi ha inviato una lettera dicendomi che dovevo lasciare il mio paese e la mia famiglia per trasferirmi in una lontana provincia italiana, in qualche paesino sperduto.
Ho chiesto di trasferirmi per seguire quello che poi sarebbe diventato mio marito e crearmi una mia famiglia. Certo, ho dovuto faticare per farmi accettare, ma non ho mai sentito il peso di tutto ciò.
Solo negli ultimi anni le cose sono cominciate a cambiare.
Scrivo questa lettera senza firmarmi proprio perché non voglio intaccare i miei ricordi.
Da quando sono andata in pensione, mi sono volutamente allontanata da tutto quello che riguarda la scuola.
Nell’ultimo periodo in cui ho insegnato, ho visto intorno a me tanta insoddisfazione e di conseguenza tanto lassai faire. L’eccessiva burocrazia ha distrutto il clima di pace, i disagi economici hanno fatto perdere credibilità alla scuola e di conseguenza a noi insegnati che rappresentiamo il primo contatto con i genitori.

La continua rincorsa ai progetti, poi, ci ha fatto perdere completamente di vista i nostri allievi e la loro formazione. Pagine e pagine di scartoffie che non servono a nulla se non a far guadagnare punti. Ma non stiamo giocando alla Slot Machine. L’obiettivo principale è l’apprendimento, la conoscenza, la crescita, ma a volte mi è sembrato inutile anche imporre le mie idee e quelle che per anni erano state le mie basi. Ho sempre creduto nel mio lavoro, ma quello che mi è rimasto degli ultimi anni è solo tanto amaro in bocca.

Ed ora, quando vi rivedo, si legge nei vostri occhi tanta speranza, ma anche tanta preoccupazione. Molti di voi sono stati fortunati, hanno avuto il ruolo. Altri invece aspettano la famosa chiamata. Da anni è stato tolto il Servizio di Leva, ma quello che ci è stato imposto con la Buona Scuola è molto peggio: madri che vengono messe davanti alla scelta di dover lasciare i propri figli!

Il vostro sogno è trasmettere esperienze, divulgare conoscenza, privarvi di tanti pezzettini di voi per darli ad ognuno dei vostri allievi, come ho fatto io.

Quello che posso dirvi è che nessuno può negarvi questo piacere. Continuate a lottare perché i vostri diritti vengano riconosciuti e perché questa Scuola ritorni ad essere il fulcro della vita di ogni bambino e genitore ed insegnante.

Buon Lavoro Ragazzi Miei!

Prof.ssa F.G.

Mi chiamo Fabiola, abito in un piccolo paesino dell'Umbria, sono mamma di due meravigliose bambine, moglie di Marco e maestra.

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