La violenza psicologica lascia ferite molto profonde

Ultima modifica 31 Maggio 2021

Sono una madre rispettosa e attenta ai bisogni e ai desideri di mia figlia, ma non posso dire di aver imparato dall’esempio dei miei genitori.

Mia madre ha sempre alternato un carattere forte nei confronti dei figli, ad una sottomissione quasi totale nei confronti di mio padre.

I miei genitori si sono sposati perché mia madre era incinta di mio fratello.
Io sono stata sempre convinta che non si siano mai veramente amati, rispettati, ma soprattutto che non abbiano mai imparato a comunicare.

Li considero due adolescenti in preda all’egoismo più completo.

Ringrazio unicamente di aver avuto un fratello maggiore che, come me, ha sempre cercato di essere migliore dei nostri genitori, o anche solo non essere come loro.
Praticamente mi ha cresciuto lui: per me ha sempre contato di più la sua opinione che quella dei miei genitori.

violenza psicologica

Sebbene non abbia mai ricevuto uno schiaffo dai miei genitori, nemmeno nelle situazioni peggiori, le ferite della violenza psicologica lasciano tracce molto profonde in una persona.

Avrò avuto 6 o 7 anni ed ero a passeggio con mia madre.
Ci fermò il fotografo del paese per salutarci, e ricordo bene che mi prese con forza il viso tra le mani e mi baciò in bocca.

Mia madre mi rimproverò come se fosse stata colpa mia.

Ricordo anche un pomeriggio in cui ero in camera dei miei genitori con mio cugino a vedere un film. Ad un certo punto lui si sedette sulla mia schiena ed iniziò a massaggiarmi le spalle, in modo innocente.

In quel mentre entrò mia madre.

Mi guardò con disapprovazione e disse qualcosa a proposito del fatto che “certe cose non si fanno”, ma rifiutò di spiegarmi perché fosse una cosa sconveniente.

La mia reazione a questa violenza psicologica, alle litigate tra i miei genitori e alla conseguente depressione di mia madre, fu un’enuresi notturna che durò fino ai 12 anni.
Per aiutarmi ad affrontare questo problema, la mia zia materna mi minacciava di mandarmi a scuola in mutande, per far vedere a tutti come bagnassi ancora il letto.

Del rapporto con mio padre ricordo che fin verso i 5 anni io ero la sua principessa.

Poi il suo comportamento nei miei confronti mutò. Iniziò ad ignorarmi e io iniziai ad appassionarmi a ciò che piaceva a lui, pur di ottenere un minimo di considerazione da parte sua, e continuare ad essere ancora la sua principessa.

Quando eravamo a tavola, la televisione era rigorosamente accesa sul telegiornale.
Non importava se le notizie di cronaca mi togliessero la fame, mio padre doveva sapere cosa fosse accaduto nel mondo!

Se lui non era al lavoro era a casa al computer, oppure impegnato in qualche lavoretto domestico o a dormire, e per nessuna ragione al mondo poteva essere disturbato.

Quando i miei genitori iniziarono la lenta discesa verso il divorzio, litigavano spesso e volentieri anche per delle sciocchezze.
Mia madre era fermamente convinta che mio padre la tradisse e mi costrinse a seguirla durante i suoi “appostamenti”.

Con il passare degli anni, la situazione peggiorò notevolmente, tanto che io arrivai addirittura a tentare il suicidio.

Nonostante sia io che i miei genitori ci fossimo rivolti ad una psicologa, la separazione tra loro fu inevitabile e la mia depressione non scomparve mai veramente del tutto. Inoltre, mi resi conto che i sospetti di mia madre fossero effettivamente fondati: mio padre aveva veramente preso a frequentare una donna dopo l’altra, finché non iniziò una relazione stabile con quella che fu la sua amante per più di 16 anni.

Mia madre aveva ragione, ma io decisi di prendere le distanze da entrambi per potermi creare una mia vita.

Promisi a me stessa, quasi inconsciamente, che non mi sarei mai legata a nessuno, che non mi sarei sposata e che, tutt’al più, i figli li avrei allevati da sola, senza un padre.
Così fortunatamente non fu.

Quasi dieci anni dopo conobbi mio marito.

Stavo vivendo l’ennesimo periodo di depressione, che sfociò nel mio secondo tentativo di suicidio. Mi innamorai di lui, e per me iniziò una nuova vita. Il passato non contava più. Questa volta amavo veramente ed ero amata veramente.

Nello stesso anno decidemmo di sposarci e di avere un figlio.

Durante la gravidanza ho avuto modo di ripercorrere la mia infanzia, e di rendermi conto di ciò che non avrei mai fatto a mia figlia. Non le avrei mai impedito di manifestare i suoi desideri e le sue emozioni. Non l’avrei mai resa spettatrice di liti e discussioni tra me e suo padre. E non è che io e mio marito in casa non litighiamo, ma almeno non come facevano i miei genitori, e la cosa più importante è che, alla fine, ci chiediamo scusa.

Scusa è una parola che uso molto anche con mia figlia, quando alzo la voce senza un motivo apparente, se non il mio nervosismo.

Al contrario di come facessero i miei genitori, che volevano a tutti i costi che io stessi composta e seduta e che, soprattutto, non mi mettessi a giocare col cibo, quando mia figlia ha iniziato a voler mangiare da sola, mi sono dovuta tenere molto dal rimproverarla.
E’ stato salutare però: ho sentito dentro di me un muro che veniva abbattuto.

Anni di restrizioni per non sporcarsi, per essere sempre la brava bambina, che si sgretolavano con una conseguente sensazione di liberazione.

E di liberazione posso parlare anche quando rispondo a tono a qualcuno che mi manchi di rispetto. I miei genitori mi hanno sempre insegnato che non si risponde, che è maleducazione, che non è da brava bambina.

Non dico sia stato facile, ma personalmente sono più che soddisfatta dei risultati ottenuti finora, con me stessa, con mio marito e soprattutto con mia figlia.

Alessia.

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