Marco Lo Iodice, il senso della vita

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Ultima modifica 6 Novembre 2015

 

Prendete un ragazzo milanese di 34 anni. Si alza ogni mattina, si fa la barba e si mette sufficientemente elegante per andare al lavoro. Prende i mezzi, va in ufficio, si siede al computer ed esce otto ore dopo. Tutto a posto, vita regolare, nessuna sbavatura. Amici, fidanzate, bei film al cinema, buone letture, una casa di proprietà. Fuori normale eppure, dentro, una fastidiosa sensazione difficile da spiegare. Come di quando senti che c’è qualcosa che non va, che qualcosa ti sfugge di mano, che quello che ti circonda non è esattamente la tua verità.

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Poi una mattina quel ragazzo apre gli occhi e quel disagio sottile che lo punge da anni gli diventa più chiaro. “E’ vita vera quella che sto vivendo?” , si è chiesto Marco. Si è tirato su dal letto, è andato allo specchio e si è dato una risposta: “Basta. Io mollo tutto e vado a vivere in una favela.

Questa è la storia di una persona diversa che ha mollato tutto per andare a vivere dentro la povertà. Nell’angolo di mondo più distante possibile da casa, dove non ci sono comodità né certezze sul futuro, ma c’è la vita, una vita che sentono più vera, e dove il cuore si sente a casa, e tutto quanto sembra avere più senso.

Quando Marco ha annunciato che si sarebbe licenziato, proprio lui, che aveva un posto a tempo indeterminato a Mediaset dove lavorava come consulente dei servizi informatici, per dire che andava a vivere in una favela, chi gli stava di fronte ha sgranato gli occhi. Se l’è voluto sentire ripetere almeno due volte. “Ti licenzi? Vai a vivere in una favela? Ma perché? Cos’è che non va, qui?”.

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Nato a Taranto, 34 anni, laureato in ingegneria elettronica, prima project manager ad Accenture, da tre anni a Mediaset. Stipendio base: 2200 euro, 14 mensilità. Una casa a Milano compratagli dal padre, 16mila euro nel conto corrente. “Eppure – racconta – la vita che stavo vivendo, la vita nella quale mi stavo proiettando non era quella che mi assomigliava. Lavoravo 8 ore al giorno, dal lunedì al venerdì, ma ad un certo punto mi sono chiesto perché. Perché lavoro a Mediaset e non ho neanche la televisione? Mi ritrovato a dedicarmi al mio lavoro con la passione di voler fare le cose bene e di volermi meritare lo stipendio per il quale ero pagato, ma non credevo fino in fondo a quello che facevo. Mi ero stancato di dovermi recare sempre nello stesso luogo, in un ufficio con le luci al neon, con le pareti di compensato grigio, con la macchinetta e le bevande al gusto di caffé, rispettando orari determinati dal contratto e dalle necessità produttive dell’azienda, ma non di certo dal ritmo naturale della mia vita. Io volevo almeno fare un tentativo. Cercare qualcosa che mi assomigliasse di più nel profondo. E quindi, mi sono licenziato”.

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La decisione l’ha presa quando ha conosciuto un amico che gli ha parlato dell’associazione “Il Sorriso dei Miei Bimbi”. Tredici ore di volo da Milano, vita completamente diversa. Dentro la favela Rocinha, coi bimbi abbandonati per strada, dove non esiste la fognatura e l’energia elettrica è ricavata da rocchetti attaccati alla fornitura cittadina (i rocchetti di solito si staccano ad ogni temporale e diventano fruste infuocate sull’asfalto bagnato). In un quartiere di Rio de Janeiro dove fino all’anno scorso ha dettato legge il narcotraffico e che ora pullula di poliziotti arrabbiati.

Marco racconta: “Mi sono fatto due conti: con quei 16mila euro in banca ci potevo vivere almeno un anno, e così sono partito racconta – Per una volta mi sono detto: non pensare al futuro. Dedicati totalmente al volontariato, prova a ritrovare te stesso”.

Eppure. Il tempo sembra meno sprecato, la vita sembra più vita. Lontano dalla città che spersonalizza, omologa, soffoca, lontano dalla fretta che fa invecchiare, dall’ansia di futuro che stringe il petto, dalla sensazione di un Paese che barcolla, in mezzo ad un popolo che sa vivere di presente, godere delle piccole e pochissime cose e adeguarsi a non possedere nulla, ogni cosa sembra risplendere più preziosa. E anche Marco ha trovato un senso di sé.

Marco adesso ha finito i suoi risparmi e torna a casa, in Italia. Dice che scriverà un libro, in cui racconterà la sua esperienza in Brasile e si cercherà lavoro. Un lavoro che gli permetta di coltivare i rapporti con le persone.

Buona fortuna Marco!

Paola Lovera

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