Ultima modifica 19 Marzo 2013

Episodio 1

“Maestra io ‘sto problema l’ho letto ma non l’ho capito!”

“L’hai letto.”   “Mmmm…sì!”

“Quante volte?  “Una? Due?”

“Che fai, me lo  chiedi?” “Ok, torno a posto….”

A testa bassa, borbottando….

Episodio 2

 “ Scrivi 10 numeri oltre il 1.000 e poi cerchia soltanto i numeri pari”

Qualcuno deve aver detto “Al puntino della “i” scatenate l’inferno!”

“Non ho capito che dobbiamo fare – Con la penna rossa? – Ma come, uno sotto l’altro? – Ma scriviamo anche quelli dispari?- Sotto al titolo scriviamo, maestra? Lasciamo 3 quadretti come sempre?- Ma solo dieci o ne possiamo scrivere di più? – Quali erano i numeri pari? – Dai! Quelli con duequattroseiottoepurelozeroooaallaafine”

Una ola……..Dalla curva nord alla curva sud.

E possiamo mettere la mano sul fuoco che il  50% dei bambini,se c’è scritto “colora”, sottolinea e se c’è scritto “sottolinea”, colora.

Se vi siete visti le due scene, vi invito a trovare non le differenze ma le congruenze: i bambini non hanno letto per capire o non hanno letto affatto. Perché ho accomunato problemi e comandi? Perché sono entrambe situazioni in cui c’è una soluzione da trovare. E neanche i bambini dovrebbero fare differenze tra queste due tipologie di richiesta anche se i linguaggi sono diversi. Bisogna leggere per capire. Il problema esposto prescinde dalla competenza del leggere in sé, perché anche chi legge in modo scorrevole si “incarta” facilmente.

Non c’entra neanche la capacità di comprensione del testo, perché di fronte ai test relativi, se non ci sono difficoltà specifiche, risultano nella media. C’entra, invece, la fiducia nel valore e nella forza della parola legata a doppio filo all’abitudine a cavarsela da soli con le proprie conoscenze e competenze. E a me non sembra una difficoltà ma una vera e propria forma di “pigrizia” :se per capire occorre troppo tempo, si stancano e mollano. Rinunciano. E, alla luce della piccola esperienza che ho, posso dire che in 10 anni le cose sono andate un po’ peggiorando.

I motivi possono essere tanti:

1. Il fatto che, essendo i nostri bambini nativi digitali, pretendono che ogni informazione sia chiara e alla loro portata immediatamente.

2. L’errore che spesso facciamo noi genitori e insegnanti, per fretta e per “cuoredimamma”, di sostituirci a loro per velocizzare o facilitare il compito.

3. La confusione che si fa tra il saper cosa fare e il saper fare reale: i nostri bambini conoscono sempre meglio la teoria piuttosto che la pratica.

Ma noi insegnanti e genitori non possiamo dargliela vinta, perché dobbiamo fare dei  nostri bambini adulti attenti e capaci di cavarsela.

E allora come si fa?

Alcune idee a poco prezzo:
I problemi sono storie di vita, antipatiche, strizzate fino all’osso, molto poco romantiche o avventurose…ma storie. All’inizio le potrebbe leggere il genitore  o chi è presente al momento del compito,un paio di volte, lentamente. Poi passare la palla al bambino per vedere come se la cava. Se non riesce ancora a costruire la strategia si può provare a far raccontare al bambino ciò che ha letto, perché la narrazione di un fatto presuppone la sua conoscenza e la rielaborazione personale.

Infine, se la difficoltà persiste (e succede spesso) si può tenere un quadernino su cui disegnare, fare schemi che possano chiarire la situazione. Ci vuole tempo…lo so. Spesso a casa si vorrebbe che i bambini, trovati i “dati”, in quattro e quattr’ otto scoprano la soluzione. Ma non è così ed è inutile che ci arrabbiamo…la lampada di Aladino è una bella storia…fantastica. Secondo autorevoli studi italiani e non, che girano ormai da 40 anni e forse più, scrivere i “dati” sarebbe dannoso, per due motivi essenziali:

– intanto la facilità con cui si trovano i numeri tra le parole non corrisponde affatto alla loro esatta definizione; infatti i bambini non hanno la capacità di sintesi che può avere un adulto, né la maturità per tradurre in termini semplificati una frase letta in un problema. Spesso si aggrovigliano di più a trovare le parole giuste da scrivere accanto al numero che a risolvere tutto il problema.

– I dati estrapolati perdono completamente il contatto col testo e con la domanda del problema ed è da qui, infatti, che parte il tiro al bersaglio. Piùmenoperdiviso…chi offre di più?

Non voglio assolutamente criticare il modello della ricerca dei dati (che io non utilizzo, ma ripeto lungi da me la critica per chi crede sia valido), ma dovrebbe essere fatto almeno dopo 4-5 letture attente e il racconto del problema.

Quindi se i bambini devono rispettare questo modello, fate in modo che abbiano chiaro veramente a cosa si riferisce quella precisa quantità. I comandi degli esercizi sono linguisticamente alla portata dei bambini e presuppongono la conoscenza di termini specifici spiegati in classe. In genere, a differenza dei problemi che sono sempre nuovi, riguardano il lavoro fatto in classe o il giorno stesso o i giorni precedenti. In questo caso, i bambini possono essere “abbandonati a se stessi” con gli appunti sul quaderno o la pagina del libro relativa. Spesso il bambino rifiuta di andare a riguardare il già fatto o la spiegazione dell’esercizio: in questo caso c’è bisogno di un po’ di polso e resistere all’aiuto. Se non ha capito il lavoro (per qualsiasi motivo) meglio non spiegare a casa, perché l’insegnante per mestiere conosce quali termini usare e quali sono i lavori per il recupero. Meglio che il bambino vada a scuola dicendo di non aver capito e possibilmente senza mortificarsi, perché “non siamo nati imparati”….

 

Ylenia Agostini

La redazione del magazine. Nato nel maggio 2013, da marzo 2015, testata registrata al tribunale di Milano. Mamme di idee rigorosamente diverse commentano le notizie dell'Italia e del mondo, non solo mammesche.

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