Il panino è un diritto: Individualità 1 – Comunità 0

Ultima modifica 14 Ottobre 2019

Lo so, mi sto dando in pasto ai leoni! Anzi, ai leoncini. E senza nemmeno chieder loro di pagare il buono pasto.
Possono farmi imbottire dalle loro mamme leonesse oppure lasciarmi cuocere a fuoco lento in uno dei grandi pentoloni utilizzati dalle mense scolastiche.

Sono pronta al peggio, perché affronterò uno dei temi che sta surriscaldando i corridoi ed i cancelli delle scuole e dei comuni di Torino e Provincia.

Tutto è cominciato quando, qualche mese fa, un gruppo di 58 famiglie torinesi vide riconosciuto, grazie ad una sentenza della Corte di Appello di Torino, il proprio diritto a fornire ai figli un pasto portato da casa, senza avere, dunque, più l’obbligo di usufruire del servizio mensa scolastico. Fino al luglio scorso, sembrava chiaro che questa possibilità sarebbe stata data solo a quelle 58 famiglie ma, con l’inizio del nuovo anno scolastico, pare prevalere un’altra interpretazione della sentenza.

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Le precisazioni dei Giudici Umberto Scotti, Enrico Astuni e Silvia Orlando hanno chiarito, infatti, che il diritto a portare il pasto da casa vale per tutti i bambini e a nulla è servito il ricorso del Miur che ha tentato di andare contro questa interpretazione.

Le sentenze vanno rispettate. Questo è l’unico punto, di tutta questa vicenda, su cui sono d’accordo.

A mio avviso, però, ci sono sentenze a cui non si dovrebbe mai arrivare.
Intendiamoci, i miei figli, spesso, mangiano in mensa e non sono certo degli estimatori della pasta scotta o della carne dura che a volte vengono servite. Io, d’altro canto, pagando il servizio mensa a prezzo pieno, con la sola riduzione che spetta ai residenti, perché il nostro gentil comune integra 1 euro a pasto, so bene quanto incida, a fine mese, la mensa scolastica. Sono anche consapevole di come, a volte, classi intere finiscano al pronto soccorso a causa del pasto consumato in mensa.

Insomma, la mia non è un’apologia delle mense piemontesi, che, so bene avere grossi limiti, è solo che a me questa sentenza sembra l’ennesimo mattoncino che la nostra società dona al tempio dell’individualismo.
Un po’ come quel papà che si vanta per non aver fatto fare i compiti al figlio.

Ma scusate, se andate in un ristorante vegano ma siete soliti sbranarvi un cinghiale, cosa fate?
Vi portare il quarto di cinghiale sotto vuoto e lo consumate in mezzo al disprezzo generale?
Non credo, forse andate a mangiare altrove.

E, per restare in tema scolastico, se vostro figlio ha un pessimo insegnante di francese, come intervenite?
Pretendendo, forse, che il vostro Monsieur Didier di fiducia entri a scuola e faccia lezione a vostro figlio, sottraendolo valorosamente al Professore che parla il franco – calabro? No, non arrivereste a tanto!

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I genitori che sostengono il diritto al panino contestano la scarsa qualità del servizio mensa e anche l’alto costo del buono pasto, ma a me risulta che il prezzo della mensa sia proporzionato all’ISEE, dunque, le famiglie in difficoltà sono già, giustamente, tutelate.

Abbiamo davvero pensato alle conseguenze di questa sentenza?
Io ci ho provato anche confrontandomi con il personale scolastico e con l’amministrazione comunale della mia città.
I giudici affermano che i bambini con panino al seguito debbano consumare il proprio pasto nello stesso locale in cui viene prestato il servizio mensa, per evitare discriminazioni.
A livello teorico, non fa una piega.
Spesso, però, il personale addetto alle pulizie del refettorio è dipendente dalla ditta appaltata che, oltre a fornire i pasti, si fa carico della pulizia dei locali.
Allora cosa faranno gli addetti? Puliranno solo i residui del pasto da loro fornito stando ben attenti a non intercettare alcuna briciola di panino home made? Oppure puliranno tutto con un aggravio di costi fissi da suddividere solo tra chi paga il buono pasto?

Non tirerò in ballo il discorso contaminazione del cibo, visto che, già allo stato attuale, mi risulta che i bambini con intolleranze ed allergie condividano la sala mensa con gli altri, pur avendo dedicati degli appositi menu.
La mia paura non è il rischio che corrono i bambini con esigenze alimentari particolari, perché non credo che il panino libero li tutelerà meglio o peggio di quanto facesse la mensa per tutti, ma è l’alibi servito su un piatto d’argento alle ditte appaltate.
Oggi, se una classe di bambini si intossica, o se un bambino celiaco sta male a causa del pasto, non ci sono dubbi sul fatto che la responsabilità sia di chi ha preparato e servito il pranzo ma, in un contesto in cui coesiste una moltitudine di alimenti di ignota provenienza, in caso di intossicazione, nessuno potrà provare che la responsabilità sia del cibo fornito dalla mensa. Questo, secondo me, aprirebbe una voragine nella quale la qualità del servizio mensa, per chi ancora desideri usufruirne, non sarà più controllabile o esigibile.

Poi, c’è la questione educativa. Parlo da mamma, non da educatrice.

Ai miei figli non offro mai un piano B a tavola, perché ritengo che debbano imparare il rispetto per il cibo e non la cultura dello scarto.

Se a pranzo non mangiano perché proprio il menu non è di loro gradimento, pazienza, mangeranno a cena e di questo sono sicura perché nessun bambino è così masochista da andare a letto con lo stomaco vuoto. Lo stesso vale per la mensa: hanno a disposizione un primo, un secondo, un contorno e un frutto e, se hanno fame, qualcosa di mangiabile lo troveranno sempre, se no, pazienza, mangeranno a cena.

La scuola è una comunità e come in tutte le comunità ha delle regole e degli standard a cui adeguarsi. Questo non vuol dire che le cose debbano essere sempre subite o accettate passivamente ma solo che, in una comunità, se ci sono cose che non piacciono, bisogna trovare delle soluzioni e, per farlo, ci sono quattro strade percorribili: imporre la propria individualità a discapito della comunità, difendere la propria individualità a proprie spese, rifiutare quella comunità oppure, cercare, tutti insieme, di cambiare in meglio.

La prima strada è quella promossa dalla sentenza pro panino, almeno per come la vedo io.
E’ come dire, “Vengo a casa tua a cena perché hai un ottimo vino ma il cibo me lo porto nel baracchino perché tu cucini male”.

La seconda strada è l’equivalente del, “Vengo a casa tua perché mi piace la tua compagnia ma poi per cena vado a casa”. E’ quella che, finora, ho percorso io dal momento in cui ho scelto, non senza oneri personali, di iscrivere i miei figli al modulo, che prevede un tempo scuola minore e solo due servizi mensa settimanali.
Preciso che, non so come funzioni nel resto d’Italia ma, nella maggior parte delle scuole in Provincia di Torino, i bambini NON sono obbligati a mangiare a scuola in quanto i genitori, o chi per loro, hanno la facoltà di portarli a casa, servirgli un pasto casalingo e poi riportarli a scuola per le lezioni pomeridiane.
Già sento le risposte di chi controbatte: ”Ma io lavoro, non posso certo andare a prendere mio figlio alle 12.00!” E comprendo perfettamente il problema di gestione ma non posso che rispondere a questi genitori che, se il servizio mensa è così inaccettabile, un modo per organizzarsi lo si trova, sempre.
Certo, ci va impegno ed è molto più facile che siano sempre gli altri a risolvere i nostri problemi.

La terza strada è la stessa che percorro quando, tutto d’un pezzo, decido di non venire affatto a casa tua perché mi identifico meglio con il tizio che abita dall’altra parte della città. Farò qualche km in più ma mangerò da Dio! Percorrere questa strada vuol dire cercare una scuola, magari anche privata, che soddisfi tutte le esigenze ritenute prioritarie, qualità del pasto inclusa.

L’ultima strada è la mia preferita ma è anche quella che presenta più sfide lungo il percorso.
E’ quella in cui, forse non sarò soddisfatto al 100 per cento, ma io a casa tua vengo, bevo il tuo buon vino, godo della tua compagnia e ti chiedo se possiamo cucinare insieme per preparare un pasto che magari accontenta entrambi a metà ma che ci consenta, comunque, di stare insieme migliorandoci.

So che è difficile ma è importante impedire che la cultura individualista prenda piede in un paese in cui la socialità è un marchio di fabbrica.

Qual è la soluzione?

Battersi per una mensa migliore, magari riportando le cucine interne in ogni scuola o quasi.
Magari dando la possibilità alle mamme di fare dei sopralluoghi o di partecipare attivamente alla preparazione dei pasti, anche solo per vigilare. Magari promuovendo la cultura del cibo a km 0 e, a voler proprio esagerare, servendo gli ortaggi coltivati nell’orto scolastico.

Roberta Sonnino, esperta in alimentazione sostenibile e incaricata di “ristrutturare” la refezione scolastica in Scozia, sostiene che un pasto preparato nella cucina della scuola sarebbe più fresco, meno soggetto a contaminazioni, più etico e più sostenibile. Certo, si stima che un tale aumento di qualità potrebbe costare il 30% in più ai genitori ma si tratterebbe davvero di una svolta.

Teniamo davvero alla salute e all’educazione alimentare dei nostri figli?
Cerchiamo di cambiare le cose, dove possibile e, con umiltà, adattiamoci, come possiamo, a quelle che non si possono cambiare.

I figli sono i nostri, cominciamo a fare noi qualche sacrificio per ottenere una scuola che sia più vicina possibile al nostro ideale e smettiamo di aspettarci che siano sempre e solo gli altri a scopare le nostre briciole!

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