Pensavo che il corpo fosse mio

Ultima modifica 14 Ottobre 2019

 

Per il semplice fatto che si verifica di frequente, l’ingiustizia spesso assume il volto della giustizia”

Bertold Brecht

minigonnaQualche giorno fa, l’Alta Corte del Massachusetts ha sentenziato sul corpo delle donne.

Sulla carta, non è reato praticare “upskirting”, ossia fotografare sotto le gonne delle donne. Nella realtà, è l’ennesima prova che non vi è rispetto per la nostra privacy.

Ah, dimenticavo, non è reato solo se la donna in questione, che noi definiremmo invece vittima, indossa gli slip.

Che signori, che esempio di raffinatezza e rispetto.

È un po’, come dire che, se indossi la gonna, è quasi lecito essere oggetto d’attenzioni moleste e, quindi, in fondo, non è giusto lamentarsi o mostrarsi disgustate per apprezzamenti poco gradevoli o, addirittura, tentativi di violenza.

Ancora una volta, ci si permette di “entrare nel e sul” corpo delle donne, giustificando comportamenti maschili fuorviati e depravati.

Possibile che questi omuncoli non sappiano trattenere gli istinti che noi tutte abbiamo ma che, usando un minimo di sensibilità, evitiamo di manifestare?

Per quanto riguarda la sentenza, direi che non potrebbe capitare in un momento peggiore.

Siamo all’apice del femminicidio ed ecco che un tribunale ci tratta di nuovo come oggetti, stabilendo fino a che centimetro del nostro corpo si possa arrivare, prima di potere chiedere protezione e giustizia.

Siamo davvero solo centimetri di sesso?

Se si sposta il limite della decenza sempre più in là e, continuamente, a nostro sfavore, non interroghiamoci su come debellare la violenza sulle donne. L’educazione al rispetto sarebbe il primo passo, prima di tanti flash mob, manifestazioni, associazioni ed organizzazioni.

Spero vivamente che qualcuno intervenga sulla sentenza, che è ancora più offensiva di quanto era l’oggetto del giudizio.

Quando camminiamo, camminiamo e basta. Non trasportiamo un cargo di carne e pelle. Non siamo mucche alla fiera di paese, in attesa di essere marchiate e ingravidate.

Nessuno deve permettersi di pesarci, tastarci, catalogarci, né tanto meno appostarsi per “rubarci pezzi di noi” tramite una macchina fotografica.

Il corpo è solo nostro.

 Michela Cortesi

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