Quando la notizia la pagano i bambini

Ultima modifica 6 Novembre 2015


Sono molte le condizioni di attrito, litigio o conflitto familiare nelle quali è fisiologico l’esasperamento delle contrapposte posizioni attraverso recriminazioni più o meno esplicitamente morali, o peggio moralizzatrici.

E tanti sono gli estranei che, non potendo più dare il cattivo esempio, si ricordano i versi pungenti di De André per dare a tutti il consiglio giusto, meglio se apparentemente filosofico-giuridico.

Questi moderni predicatori subiscono spesso il fascino del pulpito mediatico, delle colonne di un giornale, della pagina di un blog, ben sapendo di avere le spalle coperte e la coscienza al riparo da qualsiasi scrupolo visto che la replica dei diretti interessati ben difficilmente risuonerà con gli stessi toni dei loro strali. E che, comunque, la notizia ha girato, il giornale di ieri fodera i cassonetti del mattino, ed il popolo della rete sta già navigando altri liti.

I salotti tv si sono accalorati per settimane intorno alla storia del bambino strappato da scuola dalla polizia, elugubrazioni infinite si sono rincorse, costruite sul non detto e soprattutto sugli atti (giudiziari) e sugli accertamenti (psico-sociali) non letti.

Poi il silenzio. Come quando, dopo una serie drammatica di notizie di morsi criminali, sembra che tutti i cani abbiano perso i denti perché, per mesi, tutto tace. Fino al nuovo strillo in prima pagina: i contenuti sono gli stessi, cambiano i particolari e, se va bene, le foto rubate al profilo facebook delle vittime.

La notizia, prima di tutto.

Arriva così al telegiornale il titolone: padre condannato ad avere due figli che non sono i suoi.

Scattano, come ad un goal allo stadio, le tifoserie: vergogna! Solo in Italia può succedere!

E, dimenticato Baffone, la profezia apocalittica: arriverà Strasburgo! La Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

Perché approfondire oltre? Il risultato è ottenuto, in termini di share, click o copie vendute.

Dietro le quinte c’è la vicenda di un uomo, sposato, perfettamente consapevole, fin dalla nascita dei bambini partoriti da sua moglie, di non esserne il padre.

I figli crescono, arrivano a 10 e 14 anni, e la coppia va in crisi: perché, si domanda quell’uomo, dovrei mantenere due figli non miei? Chiede così di disconoscerne la paternità, provando l’incompatibilità genetica.

La sentenza glielo nega, poiché l’azione è soggetta al termine di decadenza annuale che decorre dal giorno in cui il marito ha avuto consapevolezza dell’adulterio.

Ed ecco i cori: sono queste sentenze che alimentano la violenza sulle donne! Oltre il danno ecco la beffa! E, visto che un bel proverbio si trova per qualsiasi argomento, non manca chi commenta: cornuto e mazzato!

Mi domando se queste persone abbiano mai venduto la loro auto usata, e se si siano crucciati di quel povero diavolo di compratore che, scoperto un vizio nascosto più o meno ad arte, ha dovuto tenersela così com’era per non averlo denunciato entro otto giorni dalla scoperta.

Ah, ma questa è ben altra cosa, risponderebbero magari.

Appunto: è cosa molto meno grave. Perché quell’auto non soffrirà più di tanto il passaggio di proprietario, e risponderà immediatamente al nuovo piede sull’acceleratore.

Quei ragazzi, invece, si troverebbero da un giorno all’altro – e per causa non certo loro, che non hanno scelto da chi venire al mondo – senza un padre, senza colui che avevano chiamato papà fin dai primi balbettii.

Un uomo perfettamente consapevole di far da padre a figli non suoi, certo per amore della madre ma, spero, anche per amore di quei bimbetti. Un padre per legge, certo, ma fondamentalmente per sua scelta. Perché un anno è lungo da passare, e questo padre ha addirittura vissuto per due volte quel angoscioso pensiero che tormentava San Giuseppe, che pensava di ripudiare Maria e il figlio non suo.

Che quella della famiglia di Nazareth sia storia, credo o pura leggenda qui non interessa: l’esempio dovrebbe però almeno far dubitare che si tratti di una norma di italica recente invenzione.

Nessuna grande novità giurisprudenziale, dunque, ma la piana applicazione di una regola procedurale, ispirata alla tutela dei figli, alla stabilità del loro status di figli, appunto, all’imputazione a quell’uomo delle conseguenze della sua, consapevole, scelta di non agire tempestivamente per rimuovere una filiazione non veritiera.

Il mantenimento è conseguenza di quel legame di filiazione, tanto quanto lo è quello cui è tenuto un padre adottivo nei confronti dei figli che non ha generato, ma ha accettato come propri.

Perché, allora, parlarne al tg? Non vedo altra ragione che l’audience, il fascino del pulpito.

Che poi, a sorreggere il pulpito e a pagare i danni della gogna mediatica siano due ragazzini di 10 e 14 anni cosa interessa? La loro tifoseria non urla abbastanza forte da coprire lo schiaffo di quelle parole e quelle immagini, moltiplicate più o meno consapevolmente in migliaia di pagine internet.

Chiedo perdono a Francois Diderot, se mi permetto di correggerlo: per scrivere dei bambini, e non solo delle donne, bisogna intingere la penna nell’arcobaleno e asciugare la tastiera con la polvere le ali delle farfalle.

 

Stefania Stefanelli

1 COMMENT

  1. Grazie Stefi, un analisi equilibrata e realistica. Come si possa ancora chiamare padre un uomo così, faccio fatica a pensarlo.

Rispondi