Ultima modifica 24 Agosto 2016

 

La legge 40, legge sulla fecondazione assistita, compie quest’anno dieci anni. Dieci anni di divieti, una visione iniqua e crudele della donna, una visione che la umilia e la danneggia fisicamente e psicologicamente.

Fortunatamente, durante questo lungo periodo, la legge è stata smantellata, pezzo per pezzo a colpi di ricorsi e il prossimo 8 aprile, la Corte costituzionale si pronuncerà sulla richiesta dei tribunali di Firenze, Milano e Catania, su alcuni punti, fondamentali e rimasti irrisolti. L’esito della sentenza potrebbe cambiare molte cose.

I punti controversi sono: la fecondazione eterologa, la ricerca scientifica sugli embrioni e la possibilità di revocare il consenso alla procreazione dopo che l’ovulo è stato fecondato.

Temo l’avvicinarsi di questa data perché sono stufa e arcistufa dei dibattiti, aggressivi, sterili e arroganti; io sono stufa dei confronti nei quali sono difese posizioni a priori, senza celarsi nei panni degli altri, senza un briciolo di comprensione. Sono tipici di alcune persone che pensano di avere la verità in tasca e per convincere l’altro rinnegano pure le verità fastidiose: che l’uomo uccide per imporre la propria idea su chi è più debole, in nome della vita e spesso della religione.

Ci saranno discussioni, scontri, polemiche, la questione sarà oggetto di manovre di questo o di quel partito, di chi sbandiera ai quattro venti la sacralità della famiglia “tradizionale”, che poi esce dallo studio televisivo, dove ha gridato il suo slogan e tradisce la moglie con l’amante, o peggio si dimentica di avere dei figli, di starci insieme, di giocare con loro, di ridere, di crescerli, giorno dopo giorno, caduta dopo caduta, febbre dopo febbre, con infinito amore, anche quando perdi la pazienza. A volte ti sembra di essere “Magda” la protagonista di un film di Carlo Verdone in cui la povera donna, esausta e sfinita, seduta sul water ripeteva come un mantra “non ce la faccio più”.

Si parlerà fino allo sfinimento dello zoccolo duro della legge 40 e sulla nostra concezione di “famiglia”.

Più volte mi sono schierata apertamente a favore del diritto di ogni coppia di scegliere come concepire il proprio figlio, sul diritto di decidere il tipo di “aiuto” cui ricorrere, sulla possibilità, tra le tante che ha una coppia di ricorrere a un donatore esterno.

Ovviamente il nostro paese ha gestito tutta la partita della procreazione medicalmente assistita, affrontando la faccenda con dei bei divieti.

Esattamente come farebbe un genitore stanco che, non ha voglia di ragionare, di mettersi in discussione, magari arrivando a fare dei compromessi in favore di un figlio che, rappresenta una generazione che cambia, diversa dalla precedente. Come farebbe un genitore ottuso che, resta fermo su posizioni anacronistiche, inamovibili in nome di precetti che hanno poco a che fare con la capacità di capire un mondo che cambia e un figlio che è diverso forse, da come si vorrebbe.

Il punto è che, il nostro paese non accetta l’idea che la famiglia è fatta di una relazione affettiva e educativa prima ancora che, genetica. Non accetta che i genitori possano essere dello stesso sesso.

Ma, sebbene arroccato sulla vetta di una verità discutibile, il mondo sta cambiando. La famiglia nasce dall’amore, dalla responsabilità e dal rispetto, molto prima che dai legami biologici.

“E questo accade indipendentemente dal nostro giudizio, dal nostro sentire. Le cose che sembrano, e sottolineo sembrano, sovvertire l’ordine naturale (in realtà sono molto più naturali e semplici di quanto si creda) alcune idee, alcuni valori laici cambiano molto più in fretta di quanto pensiamo.  Portano con sé nuovi interrogativi giuridici, psicologici, etici tipici di una società che cambia e muta, diventando ogni giorno più complessa. Ciò che invece non dovrebbe cambiare è l’amore, il rispetto, la responsabilità verso quei figli che si decide di mettere al mondo. Spesso divorzi, simili a guerre senza esclusione di colpi, con liti e insulti, con soprusi e violenze, feriscono e minacciano una vita serena e piena e lo fanno in maniera molto più profonda rispetto al fatto di avere una mamma e un papà dello stesso sesso, oppure un padre o una madre con un DNA diverso. Con molta probabilità saranno molto più accorti nel tentare di trasmettere valori importanti, con l’esempio e il rispetto.

Negli altri paesi, dove l’eterologa si è diffusa dagli anni 80 e 90 senza clamori particolari, ci si incomincia a domandare se sia giusto da un punto di vista legale e psicologico, svelare ai bambini nati attraverso questo metodo, il nome del donatore.

Alcuni ritengono che si dovrebbe dire solamente che il bambino è frutto di una donazione di seme o ovulo di una terza persona, preservando l’anonimato; altri che, sarebbe più giusto svelarne l’identità affinché il figlio decida di conoscere, le sue radici genetiche o la storia medica della sua famiglia. Fermo restando che, al momento della donazione, l’anamnesi clinica e genetica delle malattie è già stata fatta all’inizio della donazione stessa.

Negli altri paesi, appunto. Nel nostro paese domandarsi se sia giusto o meno accedere alle informazioni del donatore quando, non si è ancora in grado, culturalmente, di accettare come un fatto del tutto naturale, la donazione di un gamete, come lo si potrebbe fare con la donazione di un organo, di midollo osseo, di sangue, mi sembra assolutamente prematuro. Non si possono importare o esportare  concetti democratici laddove non si è pronti ad accoglierli.

Comprendo la scelta di quei genitori che decidono di non dire al figlio che ha un DNA diverso rispetto a uno dei due, dove dirlo, provocherebbe un danno al bambino, o un’alterazione dell’equilibrio della famiglia, o renderebbe più fragile l’uno o l’altro. Comprendo perché, un paese che, vieta, proibisce, nega, rifiuta, piuttosto che accogliere, porta inevitabilmente al silenzio. Comprendo le coppie omosessuali. Cerco di comprendere, evitando di giudicare.

E concludo con una domanda che rubo da una persona intelligente: “E’ più sterile un utero che non partorisce, uno spermatozoo inefficace, o un cervello che non ragiona?”.

Di gran lunga il secondo, a mio avviso.

Raffaella Clementi 

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