Schiaffi di ieri e di oggi. Una cosa hanno in comune: non servono a nulla

Ultima modifica 29 Giugno 2021

C’è un’abissale differenza tra uno schiaffo (esecrabile quanto volete) dato in un momento di esasperazione e le punizioni corporali.

Mio zio Armando, primo di 6 fratelli, nato nel 1900, non voleva più frequentare la scuola. La sua professoressa di lettere, una signora calabrese che aveva seguito il marito pretore nel suo trasferimento in Piemonte, e che parlava, come era ovvio a quei tempi, un italiano farcito di espressioni del suo dialetto, non tollerava, e non capiva, quelli che lei chiamava “francesismi” nella lingua parlata e nella scrittura dei suoi alunni.

schiaffi

E allora erano bacchettate sulle dita.

Molte e ripetute, inconcepibili per mio zio che non era abituato a simili trattamenti purtroppo “normali” a quei tempi.

Questo era solo un esempio. Il problema di fondo non è il singolo schiaffo, quando è poco più di un buffetto, ma il manrovescio, dato con rabbia, con intento realmente punitivo. Rabbia che annulla ogni capacità di valutazione della gravità dell’atto, del dolore inferto e della stupidità dello stesso.

E vi assicuro che in passato il manrovescio non era isolato.

Era, di norma seguito da una sequenza di schiaffi dati a dritto ed a rovescio quasi sempre senza un vero perché, magari solo per un piccolo danno causato da un atto involontario e, soprattutto nei piccolissimi, dalla normale mancanza di destrezza.

A volte non erano solo schiaffi, ma pugni e calci.

Ai genitori tutto era permesso, soprattutto ai padri che erano titolari di ogni diritto, mentre i figli erano un nessuno, una loro proprietà, senza voce, nessuno li ascoltava, nessuno dava loro ragione.

A volte, per non farsi male, invece delle mani i papà usavano sfilarsi la cinghia dei pantaloni e la usavano per “domare” i piccoli che osavano rispondere, anche se sommessamente, se mostravano perplessità ad esaudire assurde pretese, o parlare a tavola se non interrogati o magari solo per aver espresso un desiderio, anche fine a se stesso, se questo non era da loro condiviso.

E, credetemi, non parlo per sentito dire.

Sembrano forse tempi lontani, ma queste cose erano frequenti anche nella seconda metà del secolo scorso. Poi, fortunatamente, sono arrivate le idee degli psicologi infantili, si è pian piano affermata l’idea che anche i bambini sono soggetti a diritti e che ai grandi non tutto era concesso, nei loro confronti s’intende.

Ne è seguita una gran confusione, una serie di incontri/scontri sulle metodologie educative. Milioni di parole sono state spese e migliaia di libri scritti per mettere al bando gli schiaffi. Le pene corporali sono metodi bestiali, bisogna convincere i bimbi, bisogna…bisogna… e ognuno aveva la sua proposta, la sua bacchetta magica, salvo ritornare, dopo un tempo più o meno lungo, sui propri passi e rinnegare quanto prima affermato.

Nella mia vita lavorativa, ho fatto un’esperienza lunga nove anni, presso uno dei tanti Comitati Provinciali dell’ONMI (Opera Nazionale Maternità ed Infanzia) a contatto con psicologi, assistenti sociali e quant’altro; ho partecipato a convegni, stages, gruppi di studio e ne ho tratto una mia personale convinzione.

Lo schiaffo è stupido.

Provoca risentimento, è indice di prepotenza del più forte, non fa capire nulla ai bambini, mentre dei seri e definitivi no, dei paletti senza contraddizioni e con spiegazioni pacate, anche se a volte non comprese, ottengono, col tempo, migliori risultati

Certo, a volte i piccoli fanno “scappare la pazienza”, sono ostinati nelle richieste e alla fine un urlo da parte nostra è seguito da uno scoppio di pianto da parte loro.

Dopo averli lasciati sfogare, un abbraccio e un bacio, seguito da una spiegazione del perché del no è il metodo più efficace. Il disastro avviene quando, inteneriti dal pianto, il no si trasformi in si.

Rispondi