Ultima modifica 20 Giugno 2019

Marzo in prima è il mese in cui tutti si godono i progressi.
Quel famoso raggiungimento degli obiettivi che le maestre festeggiano con una liberatoria danza maori.

I bambini sono stanchi, ma pronti.

Hanno riempito il loro piccolo grande zaino del necessario per poter scrivere la prima parola che gli passa per la mente e il numero più lungo del mondo.

In questo mese in cui sta per nascere e rinascere un po’ tutto, ti capita di ascoltare notizie così brutte, che una volta ti basta e ti avanza.

Il valore della vita ignorato, svenduto, calpestato.

E io rifletto. Il pensiero del mondo che vivranno le mie figlie ed i bambini che ho di fronte ogni giorno, va come la pallina di un flipper e penso che una delle chiavi per salvarsi e salvare i nostri figli sia la bellezza di una musica ascoltata insieme o una storia letta guancia a guancia, di un “guardiamo insieme alla finestra”.
E soprattutto che tutto questo non duri un giorno, ma ogni volta che se ne avverte il bisogno.

“La bellezza salverà il mondo” diceva Dostoevskij.
Ma non intendeva un seno più grande a 17 anni, né il macchinone a 18.
Intendeva la bellezza dell’anima che cresce con la condivisione delle esperienze in cui si può ridere o piangere insieme. Quelle che non costano ma arricchiscono.

Forse ci confonde la felicità dei nostri figli quando andiamo da Toys e li lasciamo scorrazzare tra le corsie.
Forse ci confonde. Senza forse.

La vera felicità è la neve dalla finestra da poterlo dire a qualcuno saltando.
Oggi alla LIM andava “L’isola che non c’è” di Bennato. Una canzone che amo.
E loro forse capivano o forse no, però l’ascoltavano.

E noi gliela dobbiamo l’isola che non c’è, prima che diventino troppo grandi, prima che perdano per sempre la bellezza dei sentimenti della vita,  che poi è quella che ti impedisce di odiare e uccidere e che ti fa sentire la vacuità del comprare tutto (compresa la dignità di una persona). Qui non c’entrano e non ci devono entrare i soldi. Nell’educazione alla vita e al rispetto della vita c’entra l’anima. Bisogna tirarla fuori.

Vi faccio un esempio e poi non parlo più… Ma non ve lo dico, ve lo mostro.

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Volevo fare l’archeologa… invece sono moglie, mamma, sorella e maestra e per me è più che sufficiente, anzi, ottimo. Sono una donna “orgogliosamente media”, ma decisamente realizzata, che non si annoia neanche un po’…

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