Imparare non è sinonimo di “timbro” ma di “costruzione”

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Una donna che lavora al telaio, ma un telaio di quelli giganti: l’ho vista in tv l’altro giorno. Dal suo muoversi quasi magico, fatto di azioni consequenziali, ripetitive fino a un certo punto, usciva un tappeto con foglie che sembravano vere.


Ho subito pensato: ecco, vorrei mettere di fronte a quel telaio tutti quelli che si spaventano o giudicano quando un bambino sbaglia o non porta a termine un lavoro.

Che siano insegnanti, genitori, nonni, zii e cugini di quinto grado, vorrei che si mettessero a lavorare al telaio. Sì sì proprio a quel telaio, solo con un foglietto di istruzioni 15×20 o un video che si possa vedere solo un paio di volte, e poi “Vai di navetta e pedali, su!”
Sì, con qualcuno dietro che li facesse sobbalzare al grido “He!” del notaio che ferma il carro di Troisi e Benigni in Non ci resta che piangere, ogni volta che sbaglia.

Perché questo desiderio?
Perché sarebbe una terapia d’urto per smetterla.

Perché i bambini non possono sbagliare che subito ci preoccupiamo e gentilmente scarichiamo su di loro, con la nostra ansia che c’ha l’ansia, l’ansia.
E poi vengono a scuola con quegli occhi tribolanti che fanno tenerezza: occhi terrorizzati dalla paura di sbagliare e, soprattutto, dalla paura di non capire.

E’ quest’ultima la peggior nemica della comprensione perché attiva pensieri negativi che interrompono il flusso delle idee e non permettono di richiamare alla mente le conoscenze pregresse su cui continuare a costruire.
Insomma, sappiate che le nostre paure immotivate ci portano a compiere azioni che alla fine potrebbero far accadere esattamente quello che non vogliamo che accada: leggete Vygotskij quando parla della profezia che si autoavvera.
Non è una sfera magica, è proprio che la mente funziona così.
Se non crediamo che il bambino possa capire, attraverso le nostre reazioni penserà che sia veramente così e si comporterà di conseguenza.
Andiamolo pure a disturbare Vygotskij… ma anche senza disturbarlo, io un’idea me la sono fatta negli anni ed è un’idea semplice: i bambini non arrivano “imparati” a scuola, ma imparano a scuola.

Imparare non è sinonimo di “timbro” ma di “costruzione”.

Quando si costruisce il sapere è dura eh, molto dura: con pazienza si intrecciano idee e conoscenze personali, a volte giuste e a volte confuse o sbagliate.
Con pazienza si formano in mente i collegamenti e le relazioni che rendono una conoscenza permanente.
Con pazienza e non con il terrore costante che l’apprendimento non avvenga.
C’è chi si galvanizza ai nuovi argomenti e c’è chi si spaventa: piccole persone diverse, sempre meravigliosamente diverse, ed averle davanti modula il lavoro.
Il quaderno pasticciato di tentativi sbagliati è l’opera d’arte più grande che si possa desiderare: è l’immagine della costruzione.
A me, come insegnante, interessa l’ordine nel momento in cui un’attività lo richiede.
Ma se devono operare o risolvere, il pasticcio ci sta e ci deve stare.
E se dal pasticcio non ne esce?

sbagliare scuola

Ecco arrivare la pagina bianca: una possibilità sempre pronta che è l’immagine della famossissima e gettonatissima resilienza.

La mia pagina bianca che si volta e dà le spalle a quella sbagliata per ricominciare.

Questo deve essere la scuola primaria:
una possibilità sempre.

Poi, lo sappiamo tutti, arriva il momento in cui di possibilità ce ne sarà solo una, ma sarà quando avranno già imparato molte cose.

La matematica mette in soggezione, lo so.

Ma per quanto mi riguarda, in classe, no.
In classe quando si lavora nessuno ha paura mentre impara, perché si può e si deve sbagliare.

Un errore è un punto di partenza,
non un arrivo.

Quindi, ai genitori: seguire i bambini a casa è un privilegio che non tutti hanno.
Chi riesce, lo faccia con quanta più serenità ha nelle tasche, perché il bambino che si sente giudicato, anche da un’alzata di occhi al cielo, poi ha paura di non riuscire ad imparare.
Sorriso, calma e, se vi parte il piedino a molla sotto al tavolo, andate a preparare un tè… deteinato. A volte funziona.

Volevo fare l’archeologa… invece sono moglie, mamma, sorella e maestra e per me è più che sufficiente, anzi, ottimo. Sono una donna “orgogliosamente media”, ma decisamente realizzata, che non si annoia neanche un po’…

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