Ultima modifica 4 Maggio 2018

 

“Qualora la gravidanza garantisca vita sicura del feto, perché la gestante protetta si rafforzi per affrontare un facile parto, deve bere dittamo e mangiare lumache…” Lucrezio IV (libro De rerum natura)

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Non è una domanda qualsiasi. È una domanda che ogni medico di fronte ad una storia complicata di infertilità e abortività, dovrebbe porre e dovrebbe porsi.
Brutta domanda.
Io me la sono fatta un sacco di volte.
Sarò immune alla gravidanza? Cioè, il mio corpo sarà nemico dei miei figli? Guardate che lo so perfettamente che il passo da qui a pensare che è tutta colpa mia è brevissimo, ma non mi importa. Cioè mi importava, ora no. Ora ho acquisito quel necessario auto-cinismo che mi consente di andare avanti come un caterpillar senza per questo incolpare me stessa per quello che è stato.
Ma non è mica sempre così.
Alcune donne si sentono espropriate, si ribellano, cercano di trovare un colpevole e sprofondano nel dolore e nella depressione prima di cominciare ad elaborare un lutto indispensabile. Secondo Freud, ” il lutto è una reazione straordinaria dolorosa che richiede un lavoro fisico intenso”.
A seconda delle donne e della storia della loro gravidanza (fecondazione assistita o altri aborti), questo periodo sarà più o meno lungo.
A me è accaduto fino al mio secondo tentativo di fecondazione assistita andato male, poi mi sono fermata. Ho dovuto elaborare quel dolore. Questo è il momento in cui io sento che il dolore si sta sedimentando, forma un livello di crescita in me, ed io riesco ad andare avanti. Ho poche cadute sulla strada per ora. Ne ho avute tante in passato. Adesso mi risulta più facile analizzare i contesti e le persone che mi circondano e questo mi consente di essere più lucida e meno propensa agli attacchi, anzi no, direi meno tollerante agli attacchi e i giudizi esterni.

Per molte donne l’aborto spontaneo è un argomento sconveniente, anche se è qualcosa che capita spesso. E’ una perdita fisica, la gravidanza e l’embrione sono persi, ma anche simbolica: la realizzazione del desiderio di avere un bambino è minacciata. 
L’aborto spontaneo provoca lo stravolgimento di un certo status sociale.
Molte volte ho vissuto la scena che davanti a me una donna, conoscente o il più delle volte amica, con il test di gravidanza positivo in mano, acquisiva quello status sociale da me tanto desiderato e poi prendesse il volo.
Quante volte mi sono vista davanti a me volar via quelle donne panciute, gongolanti in tutta la loro pienezza, fiere di quello status, incuranti del resto.
L’altro giorno ero all’ikea (è un posto che mi distrae, vado sempre all’ikea invece che dal parrucchiere quando sono depressa, e che volete fa’? sono pur sempre un architetto, abortivo, ma non di tutti i miei progetti) e mio marito mi dà una gomitata. Io faccio giusto in tempo a scansarmi che quasi vengo investita. Mi giro e una coppietta di venticinquenni? (ventisettenni massimo) mi passa a fianco: lui spinge un carrellone di quelli che Ikea mette a disposizione per i mobili grandi, lei sta sopra con una risata assordante e acuta e si spingono tra la folla, provocando non poco disagio. Dietro due, quattro esseri umani del tipo adulto, presumo i loro genitori, ridacchianti anche loro. Lei ha il pancione.
Questa allegra combriccola De’ Noantri (*Festa de’ Noantri: nota festa trasteverina http://www.festadenoantri.it/index.php?lang=it ) portava in processione la propria Madonna in mezzo alla folla di un centro commerciale, incurante di vecchi, anziani e passeggini, nonché di abortive in cerca di distrazione, ribattendo alle proteste che la biondina aveva il pancione, dunque, andava portata su un carrello per mobili, starnazzando, appunto, il suo status sociale.
Come fosse un diritto.
Le stavo facendo una foto, ma la mano di mio marito mi ha fermata (era forse la mano dall’alto che me lo ha impedito, così da evitarmi confessioni piene di sensi di colpa?). Ho strizzato gli occhi e ho detto sotto voce un paio di paroline non ripetibili e che stanno male in bocca ad una distinta signora come me e sono andata avanti.
Ma perché dico io.
Perché non ti fai una domanda? Davvero la tua pancia spinta in avanti in mezzo alla folla, con la spavalderia e l’arroganza di chi può tutto, ti fa sentire così sicura di te?
Cosa racconterai un giorno a tuo figlio? Ma tu, parlerai con tuo figlio?

Io, sono immune alla gravidanza?
Forse si allora.
Forse parte tutto da qui.
Se io avessi quella pancia, il sentimento che più avvertirei sarebbe quello dell’umiltà e quello della gratitudine.
Mi sentirei al servizio del miracolo che mi è stato affidato.
Mi sentirei il veicolo, solo il mezzo per portare qui su questa terra, una vita.
Non sentirei che quella vita è solo mia, ma è Creatura del mondo, lontano dal concetto di possesso, desiderosa di fare il massimo per dare a quella vita le stesse possibilità che ho io di stare qui, oggi, in questo negozio, a pensare che va bene, va bene così e che se le cose sono andate in questa maniera una ragione davvero ci sarà.
E sarà quella che sto ora faticosamente accettando, cercando di venirmi incontro, cercando di conoscermi.
Sono io che spingo me stessa in avanti tra la folla.
Non metto la mia pancia vuota o abitata, avanti. Non ho uno status acquisito. Sono solo io.
Senza alibi.
Perché i nostri figli, non potranno mai essere il nostro alibi.
Di questo, ne sono certa.

Fonte: http://www.minervariviste.com/salute/211-infertilita-e-aborto-spontaneo-ricorrente-una-uguale-attenzione-a-problematiche-drammatiche-e-apparentemente-opposte

Anna

La redazione del magazine. Nato nel maggio 2013, da marzo 2015, testata registrata al tribunale di Milano. Mamme di idee rigorosamente diverse commentano le notizie dell'Italia e del mondo, non solo mammesche.

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