Sudan, Meriam deve vivere

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Ultima modifica 11 Novembre 2015

 

La speranza di salvezza per Meriam Yahia Ibrahim Ishag, 27enne cristiana, incinta, condannata a morte perché non ha voluto rinnegare la sua fede è legata al giudizio finale della Corte Costituzionale, un organo più politico che giuridico. Ed è per questo che ora, più che mai, non si può e non si deve abbassare la guardia.

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Da quando lunedì 12 maggio il giudice le aveva dato 72 ore per abiurare il suo credo religioso, suo marito, i suoi avvocati e gli attivisti che le sono stati accanto dal momento dell’arresto sapevano che la condanna sarebbe stata inevitabile.

La sua unica colpa? Essere figlia di un musulmano e dunque considerata di religione islamica per nascita, pur essendo stata cresciuta dalla madre etiope come una cristiana ortodossa. Si temeva che la sentenza potesse essere particolarmente dura, nonostante le rappresentanze diplomatiche di Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda avessero chiesto al governo sudanese di impegnarsi a far rispettare il diritto alla libertà di culto, come sancisce dal 2005 la stessa Costituzione (ad interim) sudanese.

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A sollecitare l’intervento dell’ambasciata USA il marito di Meriam, Daniel Wani, sudanese con cittadinanza americana che dopo aver sperato di chiarire quello che riteneva fosse un equivoco si è dovuto scontrare con l’intolleranza delle autorità giudiziarie locali.

Un’intransigenza ferma confermata anche dalla risposta pilatesca all’appello degli ambasciatori del presidente del parlamento del Sudan, che si è limitato ad affermare che “il potere giudiziario è autonomo e ben distinto da quello politico“. Quindi nessun intervento…

Il 12 maggio viene emessa la sentenza che, al rifiuto della giovane di rinunciare al suo credo, è stata confermata 72 ore dopo.

Meriam era stata arrestata dalle forze di polizia sudanesi il 17 febbraio e portata in carcere insieme al figlio dove tuttora attende di partorire: il primo giugno scade il tempo della gravidanza. Nonostante questo, il giudice che l’ha processata, Abbas Mohammed Al-Khalifa, non ha avuto alcuna pietà. E tutto il livore nei confronti di questa giovane mamma è stato manifestato con la lettura del verdetto a fine dibattimento.

Khalifa le ha ricordato con tono sprezzante che le erano stati concessi tre giorni per abiurare, ma avendo deciso di non riconvertirsi all’islam meritava l’impiccagione. La Corte, che ha basato le sue accuse sulla denuncia del fratello e degli zii paterni, non ha creduto all’imputata, nata sì da padre musulmano ma cresciuta nella fede cristiana da quando il genitore aveva abbandonato la moglie e i figli.

meriam2Lei aveva solo sei anni. Ma per la Sharia la religione si tramanda di diritto dalla linea paterna. E c’è di più. Essendosi sposata con un cristiano, Meriam è ritenuta colpevole non solo di essersi convertita ad altra fede, ma anche di aver commesso adulterio in quanto il matrimonio tra culti diversi non può essere riconosciuto.

La mobilitazione per questo abominevole sopruso è stata immediata. Grazie a “Italians for Darfur”, che ha lanciato una petizione per raccogliere firme da mandare al Presidente del Sudan per chiedere di sospendere l’esecuzione, la notizia ha iniziato a girare in rete, sui social network, per essere poi ripresa da agenzie di stampa, tv e quotidiani che mai, come in quest’occasione, hanno dato grande risalto a una vicenda di diritti umani violati in Sudan.

Meriam non sarà condannata a morte. Lo hanno annunciato Antonella Napoli, presidente di “Italians For Darfur“, citando rassicurazioni di avvocati raccolte da Khalid Omer Yousif della Ong “Sudan Change Now”.La nuova sentenza – ha dichiarato Napoli – sarà pronunciata dalla Corte suprema e non prevederà la pena di morte“.

Ora, però, bisogna vigilare e tenere alta l’attenzione sul caso di Meriam. Non abbassiamo la guardia.

#meriamdevevivere

Paola Lovera

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