Ultima modifica 5 Aprile 2019

Ancora una volta raccolgo lo sfogo di una mamma.
Questa volta però ho il cuore infranto perché è una persona a me vicina. Una persona alla quale voglio un mondo di bene e nell’ascoltarla provo un’angoscia fuori misura.

Come fare a raccontare tutto il suo dolore?

Dolore provocato dal guardare uno dei suoi amatissimi figli “correre a perdifiato verso il burrone – per usare le sue parole – a causa dei suoi comportamenti sbagliati, a causa delle pessime compagnie che frequenta, a causa del vuoto istituzionale che c’è.”

adolescenti ribelli

Sono qui, ad occhi sbarrati nel buio, con il cuore che mi va a mille ed i pensieri che non si fermano un attimo per l’ennesima notte.
Sono qui e non posso fare altro che piangere perché non riesco a fare nient’altro.

Non vorrei piangere, piangere non serve a nulla… non allevia il dolore, non diluisce l’angoscia. Non solleva quel peso che sento dentro il cervello, non sciacqua via quel pensiero costante che gira e che dice: è colpa tua, non hai fatto abbastanza.

Ed io vorrei solo urlare, urlare ed ancora urlare.

Anzi in realtà sono mesi, se non anni che magari non urlo ma parlo, parlo ed ancora parlo ma a quanto pare non è servito a nulla.
Ho parlato con tutti, con la scuola, con i servizi, adesso con gli organi di giustizia ed ero così convincente che tutti mi hanno seguita, capita e sostenuta.
Però prima, sì prima perché adesso ne parlo un’altra, parlavo un’altra lingua.
Prima parlavo la lingua della comprensione.

Tutto passava attraverso quella.
Io sapevo quello che gli altri non vedevano e quindi mi premuravo di spiegarlo.
Il suo passato, l’abbandono e le violenze subite da piccolo, la sofferenza e la deprivazione, tutto diventava nella mia testa una ragione o una causa dei suoi comportamenti sempre un po’ eccessivi.
La chiave di lettura era la comprensione, l’accoglienza di tutto quel dolore.

Sarebbe cresciuto, lo avremmo aiutato e seguito passo passo.

E lo abbiamo fatto, è sempre stato seguitissimo da noi, dalla scuola.
Sostenuto dalla terapeuta, dagli allenatori sportivi, dall’avvocato, dai servizi, dalle assistenti sociali poi.

Eppure lentamente ma inesorabilmente, come un masso in discesa, ha cominciato a rotolare verso una china sempre più ripida.

E adesso siamo lì, ad un passo dal precipizio.

La mia tentazione è ancora una volta quella di allungare la mano e riprenderlo per portarlo indietro… ma è un sasso rotondo e come lo appoggio ricomincia a ruzzolare verso quel burrone.

A poco serve la mia comprensione.
A nulla la pazienza mia, di suo padre, dei suoi fratelli e quella del mondo che lo circonda.
A zero la speranza che prima o poi cresca.
Tutti sappiamo che in fondo è un bravo ragazzo con tante meravigliose risorse, che prima o poi riconoscerà anche lui.

Ma. Lui non vuole fermarsi, non ha la capacità probabilmente?
Non lo so. A poco valgono ramanzine da parte di tutti.
Discorsi seri e tentativi di mettergli almeno paura per un futuro cupo.
A niente valgono punizioni, urla e lacrime mie.
Adesso vorrei solo un intervento forte, un intervento che io non posso fare altro che chiedere. Sembra però che il mio grido di dolore non venga recepito da chi dovrebbe metterlo in atto.

Sono così spaventata che non riesco neanche a chiamarlo con il suo nome.

Qual è questo intervento anelato ed odiato nello stesso momento?

La comunità, la tanto temuta comunità.
Poco conta che i figli siano adottivi o biologici.
Quando una famiglia arriva, dopo anni di lotte, a pensare che la comunità sia quel segnale forte, significa che il senso di sconfitta e di sconforto è preponderante.
Quando una famiglia arriva a dire: “ok, non ce la faccio più, non so più cosa fare” e a rimettere nelle mani degli altri un figlio sperando di salvarlo da sé stesso credo che sia una sconfitta un po’ per tutti.
Almeno io mi sento così.

adolescenti che si rovinano

Che poi la comunità aiuta?
Per esperienza mi viene da dire “non so, dipende molto da quale comunità.

In Italia ce ne sono veramente poche di buone comunità ma questo è un altro argomento. Per oggi volevo solo dire a questa mamma che non è sola, sono qua e se la mia spalla serve a qualcosa, la troverai sempre.

Così come vorrei dire a tutti voi che, in questo mondo diventato troppo frettoloso e piuttosto spietato, dove è più facile sottolineare gli errori degli altri che avvicinarsi veramente a qualcuno, ci sono ancora persone che non si girano dall’altra parte, ce ne sono tante.
E se ne avete la capacità e la forza, guardatevi intorno e guardare con gli occhi e con i cuore perché sicuramente dove c’è qualcuno che ha bisogno di un abbraccio, c’è qualcuno in grado di darlo… fisico o virtuale che sia.

Riminese trapiantata per amore in Umbria da ormai 18 anni. Ex dietista e mamma attempata, di due fantastici figli del cuore che arrivano dal Brasile. Ma il tempo passa e i figli crescono (e non sia mai avere mamma sempre fra i piedi) ho ripreso a studiare e sono diventata Mediatore familiare, civile e commerciale. E a breve...mediatore penale.

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