Una Milano da… Amianto

Ultima modifica 6 Novembre 2015

 

Parafrasando un famoso e glamour leit motiv degli anni ’80 milanesi, “una Milano da bere”, ricordiamo un periodo fiorente, produttivo e modaiolo che pervase tutti i settori.

Il famoso “boom economico”.

Per un gioco del destino e di parole, il boom, che ricorda il fragore di una bomba, torna ai nostri giorni in una veste più funesta, mostrando le conseguenze dell’utilizzo esponenziale, proprio in quegli anni, di un materiale scopertosi altamente cancerogeno: l’amianto, o eternit, dall’omonima azienda produttrice.

Da anni ormai, con cadenza annuale, assistiamo alla pubblicazione di articoli ed indagini sugli effetti di questo materiale sulla nostra salute e alla mappatura delle zone altamente a rischio, scoprendo, con rassegnata preoccupazione, che siamo seduti su una vera e propria bomba inquinante.

Le strutture coinvolte in quanto “colpevoli” di contenere l’amianto sono tantissime: scuole, asili, mense, edifici comunali, padiglioni, capannoni, ospedali.

L’eternit, costituito da nove parti di cemento e una di amianto, è stato considerato per molti anni il massimo tra i materiali ecologici ma in realtà il suo utilizzo trova una reale giustificazione nei bassi costi di produzione e nelle sue caratteristiche, una su tutte l’invulnerabilità alle fiamme, che l’ha reso adatto all’impiego in moltissimi manufatti.

Fioriere, lastre ondulate per tetti e tettoie, pannelli isolanti, grondaie, pavimentazione, tubi idraulici, ed ancora guanti per forno, teli per stirare, tessuti impiegati per i più disparati utilizzi tra cui, anche indumenti da lavoro. Si narra addirittura che la morte del famoso attore Steve Mac Queen per cancro a soli cinquant’anni, sia riconducibile al frequente utilizzo della sua tuta da motociclista, realizzata con il suddetto materiale.

Entrando nel dettaglio, la pericolosità dell’eternit si individua nella scarsa resistenza delle sue fibre, nel lungo periodo, a strappi e deterioramento, con la conseguente dispersione nell’ambiente circostante di polveri impercettibili, insidiose e “silenziose”, perchè più piccole di un capello di circa 1.300 volte, causa di malattie dolorose ed incurabili quali tumori alla laringe, carcinomi polmonari e gastro – intestinali.

Malattie che non perdonano. Come imperdonabile è ciò che si scopre approfondendo l’argomento.

Il materiale viene brevettato agli inizi del ‘900 da un austriaco, venduto dopo pochi anni alla azienda svizzera Eternitwerke AG che si espande aprendo in Italia numerose filiali, sfruttando la ricchezza di amianto del nostro territorio in Val Malenzo, Valle d’Aosta, Val di Susa, Val di Lana e Val di Lanzo.

La capitale europea, e per alcuni anni mondiale, è Casale Monferrato, protagonista suo malgrado, di battaglie legali per risarcire i suoi morti. Altre filiali da ricordare sono quella di Broni, Bari, Monfalcone, Napoli, Siracusa, Sesto San Giovanni.

Città e paesi divenuti una ecatombe silenziosa di operai e familiari, vittime di questo killer ambientale sottovalutato per comodità e grandi interessi economici.

I numeri sono da spavento.

2 mila morti all’anno per mesateloma pleurico, 32 milioni di tonnellate ancora da smaltire, pochissime le discariche predisposte per accogliere il killer, esorbitanti i costi per la bonifica, si ricorda lo stanziamento di 358 milioni per 2.400 scuole italiane, che però risultano mai impiegati.

In sintesi: un veleno per l’eternit…à.

Questi numeri fanno spavento, ma ciò che risulta ancora più spaventoso sono ancora altri numeri, o meglio date, che ci fanno capire quanto l’interesse e il potere possano avallare anche disastri ambientali e umani di questa portata.

Nel 1930 in Gran Bretagna e nel 1943 in Germania vengono abolite le coperture assicurative per le aziende produttrici di eternit, nel 1976 la Conferenza Medica Internazionale definisce l’eternit cancerogeno, nel 1978 il Parlamento Europeo lo mette al bando, nel 1981 inizia la prima causa legale contro l’azienda Eternit di Casale Monferrato e solo nel 1992 l’impiego del materiale viene messo al bando in tutta Italia con la legge 257/92.

Ci sono voluti cinquant’anni in Italia per ammettere e arginare.

Il 3 giugno 2013, grazie al lavoro del PM Raffaele Guariniello, Stephan Schmidheiny, uno dei due soci dell’azienda svizzera, l’altro nel frattempo è morto, viene condannato a 18 anni di reclusione con l’accusa di “disastro ambientale doloso permanente e omissione volontaria di cautele antiinfortunistiche”, oltre all’obbligo di risarcimenti milionari alla Regione Piemonte, la più colpita, ed al Comune di Casale Monferrato, che si trova a dover bonificare il sito dove una volta sorgeva una delle filiali maledette.

Il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, classe 1947, è uno degli uomini più ricchi del mondo. Ha costruito una fortuna sulla vita degli altri. Lui che, venuto a Roma per laurearsi in giurisprudenza, aveva partecipato attivamente alla lotta per i diritti civili del ’68 ed alle battaglie ambientaliste, una volta ereditata la poltrona del padre, è atterrato nella “ stanza dei bottoni” ed ha usato quelli sbagliati.

La parola fine però è ancora lontana.

A fine giugno, a Milano, la Procura affida una delega alla Asl per indagare sulla presenza della sostanza killer nelle scuole, a seguito di un esposto dell’Osservatorio Nazionale Amianto che rileva l’emergenza sociale e sanitaria.

Risultato? Ci risiamo. Quattro scuole vengono giudicate inagibili per alti range di possibile tossicità.

1.400 ragazzi tra elementari e medie devono traslocare. A settembre non avranno più la loro scuola, con estremi disagi logistici e non solo. Chi assicura a questi ragazzi ed ai loro genitori che non vi siano già state contaminazioni pericolose?

Le scuole di via Strozzi “Cardarelli”, via Viscontini, via Brocchi e viale Puglie  sono rimaste “orfane” di sede e incontreranno non pochi problemi di ubicazione ed adattamento in quanto si sono ventilate ipotesi di sedi distanti dal bacino di utenza o smembramenti in più strutture.

Ma a loro perlomeno è stato risparmiato quanto accaduto alla scuola di Torino “Don Milani”, dove sono stati effettuati interventi di bonifica dal materiale killer, durante la piena attività lavorativa di insegnanti e studenti, e dove, la verità sulla morte di 27 docenti, per malattie riconducibili al contatto con l’amianto, sembra ancora non del tutto chiarita.

Allo stato attuale, l’Osservatorio Nazionale Amianto, ONA, ha monitorato centinaia di class action in tutta Italia, tenendo informati i cittadini anche tramite una pagina facebook dedicata, mentre il Comune di Milano ha reso noto sul sito, i recapiti utili per denunciare presunte emergenze ambientali.

L’abitudine a questa problematica non deve assuefarci. La soglia d’indignazione, attenzione e denuncia deve rimanere alta.

Michela Cortesi

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