Una radiocronaca molto privata

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Ultima modifica 20 Aprile 2015

Ieri, domenica, ho telefonato a casa di mia figlia e, more solito, mi ha risposto Angelo, il mio nipotino di de anni e mezzo, anzi, di 32 mesi come puntualizza mio marito.

Mi ha subito informato che stava seguendo il gran premio di Australia, che Alonso non aveva vinto e ha fatto seguire una radiocronaca puntuale e precisa di quanto stava accadendo.

Alonso si è fermato, gli cambiano la ruota, anzi no due ruote!!….è ripartito. Vedi nonna…( ricorda che sono al telefono e che non vedo le stesse cose che vedi tu – interloquisco -) non fa niente, ti racconto io: ecco Alonso tenta di superare…vai.. vai.. forza…dai sorpassa…ce la fa.. ha superato… Ma lo so che non ha vinto, sai nonna?” in sottofondo la voce della mamma “mi fai parlare con nonna?” “ora no, devo parlare io” e prosegue la sua radiocronaca con toni sempre più concitati, da vero professionista, focalizzando il suo interesse su Alonso – Ferrari, gli altri, per lui, non esistono.

La sua radiocronaca, sebbene con toni concitati e pieni di entusiasmo, era fatta di parole ben scandite, vive e colorite: chiarissime.

I suoi discorsi, invece, sono fatti di parole che volano veloci seguendo un pensiero che va oltre, lo rincorrono e, per fare più in fretta, per stare dietro al pensiero, per non perderne neanche un concetto, le sue parole sono smozzicate, tagliate, cucite alla parola che segue.

In un crescente entusiasmo vuole tradurre il suo pensiero, si affanna, a volte si arrabbia con se stresso perché il pensiero corre più veloce della parola.

Come assomiglia alla sua mamma!

Anche Moni era così, a volte pestava i piedini e, sconsolata, mi chiedeva: ‘ riuscirò anch’ io a parlare bene?’ Ed io le ripetevo che lei si esprimeva benissimo è solo che la tua mente è più veloce della tua lingua. Sai alla tua mamma capitava, quando era ben più grande di te, che, svolgendo un tema, troncasse le parole o addirittura riunisse l’inizio di una con il termine dell’altra, nella foga di trasferire sulla carta il pensiero che correva più veloce della sua penna!

Una delle mie proff., rimproverandomi, mi ripeteva che era necessario sempre collegare il pensiero alla parola, frenando il primo per ricondurlo ad una pacatezza sempre auspicabile.

Io non sono stata mai d’accordo, la troppa pacatezza nel senso di lentezza, soprattutto per il pensiero, è simbolo, per me, di monotonia e mancanza di vivida fantasia, curiosità e anche di intelligenza. Bisogna solo imparare a scrivere più veloci e anche a parlare velocemente scandendo bene le parole, col tempo naturalmente…… o no?

Nonna Lì

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