Vittoria dei nonni, o sconfitta dei figli?

Ultima modifica 20 Aprile 2015

Il 6 Gennaio, festa dell’Epifania, ho colto al volo poche frasi di un talk show televisivo incentrato sul supporto che i nonni italiani danno alle famiglie dei figli,  a volte supportando con donazioni di denaro le loro scarse risorse.
E si chiedeva: è una vittoria dei nonni o una sconfitta dei figli?

Che stupidaggine! Come se ad un nonno non importasse che i figli navighino in cattive acque, che non riescano a mantenere una famiglia, anche lavorando in due, che le esigenze della vita moderna comportino la necessità di maggiori guadagni, mentre il potere di acquisto di stipendi e salari ha subito, e subisce, una diminuzione sempre più importante. Come se la stessa cosa non avvenisse per le pensioni, solo che, nella maggior parte dei casi, i nonni si limitano a sopravvivere, rinunciando non solo al superfluo,  per permettere ai nipoti di avere una vita più facile.

E a questo molti, troppi, non pensano, anzi, credono che ad una certa età, quella dei nonni, non si abbiano più esigenze, non si cerchino divertimenti, che basti un televisore per riempire le giornate, ovvero il tempo che loro rimane dopo aver accudito i loro nipoti. La sconfitta è di tutti, nessuno escluso, nessuno può proclamarsi vincitore anche perché non esistono gare, nessuno vince perché può offrire, molte volte con estrema fatica, del denaro per migliorare la vita di un nipote, nessun padre o madre è felice di vedere un figlio lottare per riuscire a coniugare il pane con il companatico, di vederlo perdere il lavoro, di vivere in ristrettezze.

Ma molti, salute permettendo, sono felici di offrire il loro aiuto per le necessità della vita quotidiana, chessò accompagnare i nipoti a scuola, allo sport, ai parchi e via discorrendo. Ma, purtroppo, non sempre i nonni possono offrire un aiuto quotidiano, perché non godono di buona salute, perché lavorano ancora, perché abitano lontano, perché…perché…perché… 

E allora è giocoforza rinunciare ad un lavoro più remunerativo, limitarsi ad un part-time, quando non doverlo addirittura abbandonare perché non si può abbandonare un bimbo piccolo, perché non ci sono asili, scuole dell’infanzia o elementari a tempo pieno in numero sufficiente ad accogliere tutti, perché baby sitter, o tate che dir si voglia, sono troppo costose per i magri portafogli di molti. E anche quando si riesce ad iscrivere un piccolo ad una scuola quasi mai gli orari sono compatibili con quello di lavoro, e allora…traetene le conseguenze. Abbiamo sentito più volte un ministro, un economista, un politico asserire pubblicamente e con enfasi, che potremmo più facilmente uscire dal vicolo oscuro che stiamo percorrendo se le donne, specie al sud, lavorassero.

A parte il fatto che il crescente numero di disoccupati attesta che non c’è lavoro, mi dite voi come si può pretendere che una donna lavori fuori casa se non è supportata da nonni nella carenza cronica di servizi per la famiglia? Come si possono accompagnare i bimbi a scuola se ci si deve recare  al lavoro più di mezz’ora prima, o andarli a ritirare alle 4, mentre si esce non prima delle 6? Ma chi può non ci pensa e non cerca rimedio alcuno, anzi ritiene che la scuola costi troppo e continua ad operare tagli lineari, senza colpire gli sprechi o i privilegi, riducendo sempre più i servizi sociali.

Certo, chi si può permettere tate a tempo pieno, magari più di una, non si rende conto dei problemi nei quali si dibattono la maggior parte delle famiglie, e non solo quelle più sfortunate, e così  si limita a domandarsi: è una vittoria dei nonni o una sconfitta dei figli?

No. E’ la sconfitta di un’ intero paese.

Nonna Lì

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