7 minuti,a cosa si è disposti a rinunciare per tenere il lavoro?

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Il prossimo 3 novembre uscirà nelle sale cinematografiche italiane l’ultimo film da regista di Michele Placido, dal titolo 7 minuti.

7 minuti, l’ultimo film di Michele Placido

7 minuti

Il film si ispira a una storia vera vissuta oltralpe, e molti critici cinematografici ci hanno visto vari riferimenti a film che hanno trattato, nel corso degli anni, lo stesso tema.

7 minuti rifà il verso, in questo caso non per tema ma per andamento stilistico, a “La parola ai giurati”. Un film del 1957 di Sidney Lumet (poi rifatto da Nikita Mikhalkov nel 2007 con il titolo di 12), nel quale 12 giurati, chiusi in una stanza, dovevano decidere per la condanna o meno di un ragazzo accusato di omicidio.

7 minuti. Il mondo del lavoro in periodo di crisi

La trama di 7 minuti di Placido invece racconta del mondo del lavoro in un periodo di crisi, come quella che si vive in Italia e nel mondo da alcuni anni.

Una azienda tessile con 300 operaie viene assorbita da una multinazionale. La direzione chiede alle operaie, per una economizzazione generale, di rinunciare a 7 minuti di pausa pranzo a favore della maggiore produzione.

7 minuti potrebbero sembrare un’inezia, ma in ballo ci sono una serie di effetti collaterali.

Intanto 7 minuti sono quasi la metà dei 15 concessi a queste operaie per fruire della loro pausa pranzo, il che nel dettaglio diventa un tempo relativamente importante.

Fatti i conti, in questo modo la multinazionale godrebbe di 900 ore di lavoro in più al mese da parte delle lavoratrici, che aumenterebbero la produttività senza alcun guadagno. 900 ore lavoro gratis per un’azienda significano al contrario dotare la fabbrica di circa 6 operai in più. Senza alcun aggravio di costi del personale.

Nella stanza nella quale sono chiamate a decidere le rappresentanti delle 300 operaie il gruppo di sindacaliste si spacca. Qualcuna non vorrebbe accettare per non dare segni di debolezza e non creare pericolosi precedenti. Altre, più strette nella morsa dell’indigenza o della necessità, sarebbero disposte a cedere.

Dietro quei 7 minuti un mondo di rivendicazioni, e dall’altro lato di angherie e minacce a cui anche nel mondo lavorativo reale si assiste.

7 minuti

Il cast è abbastanza variegato. Ambra Angiolini, la decana del nostro teatro Ottavia Piccolo, la figlia del regista Violante Placido, la cantante neomelodica Maria Nazionale, la sorpresa del cinema Fiorella Mannoia (sebbene la cantante abbia esordito da giovane come controfigura di Monica Vitti, ndr), Cristiana Capotondi (che nel film interpreta la figlia della Mannoia). Ma anche volti sconosciuti e attrici francofone come Clémence Poésy, Sabine Timoteo e Anne Consigny.

Al di là della presentazione del film, ci volevamo soffermare sul tema. 

Il luogo di lavoro, soprattutto quando esplode una crisi come quella che abbiamo sofferto negli ultimi anni, può rivelarsi un territorio nel quale prevalgono soprusi e ricatti.

A cosa si è disposti a rinunciare per un posto di lavoro? A 7 minuti?

7 minuti

Purtroppo a volte non sono solo 7 minuti.

Se si pensa che il film è stato girato in un’azienda di Latina che aveva 300 operaie e oggi ne ha 15, si comprende meglio come ci si possa sentire davanti ad un capo che ti chiede di rinunciare a parte dei tuoi diritti. (Fonte: il Corriere.it)

A volte poi si è sottoposti a mobbing, dei più sottili.
E il mobbing, lo dicono gli avvocati, è difficilissimo da provare.
Nessun capo farebbe mai ammissione di colpevolezza, le prove sono tutte a carico del lavoratore.

Ci sono impiegati e operai che vorrebbero protestare contro i ricatti fisici e psicologici, ma poi vedono i colleghi che rinunciano a ferie, permessi, malattie, pur di non perdere il posto o metterti in cattiva luce.

Tu che magari rivendichi solo i tuoi diritti.

Poi ci sono altri capi che ti dequalificano, ti accantonano in un ufficetto a fare fotocopie (lo ricordate il bellissimo film “Mi piace lavorare” di Cristina Comencini con Nicoletta Braschi? Descriveva perfettamente queste vicende, che non sono poi lontane dalla verità).

Ne so qualcosa.

A me è successo proprio così.

Dopo circa un anno dall’avere scoperto una malattia progressivamente invalidante sono stata licenziata dal responsabile della mia azienda.

E posso affermare, avendolo provato sulla mia pelle, che la mancanza di lavoro, o viceversa le difficili condizioni sul posto di lavoro, sono a tal punto debilitanti che ne risente tutta la qualità della vita di una persona. Dentro e fuori quel posto.

Perché una persona insoddisfatta, o infelice, o ricattata sul posto di lavoro porta quella stessa tensione anche a casa, in famiglia.

Pensate a dovere stare 8 ore consecutive con colleghi che ti mettono i bastoni tra le ruote. Con dirigenti che ti ricattano, con amministratori delegati, per tornare al film, che ti chiedono di rinunciare a metà della tua pausa per garantire all’azienda lavoro e produzione a costo zero.

E pensate a chi, perché tiene famiglia, è pure costretto ad accettare.
O al contrario pensate a chi, per un sano principio, combatte, magari da solo, contro i tiranni.
Certo la realtà non è sempre così nera.
Ci sono aziende floride che garantiscono stabilità, sicurezza e diritti ai lavoratori.
E dirigenti illuminati che sanno che un operaio felice di lavorare lavora più e meglio.
Leader che parlano di “noi”,e che sono in prima fila per sostenere i lavoratori, anche quelli più svantaggiati.

E dunque in maniera utopica, ma sperando in un mondo migliore per i miei figli, mi auguro che questo 7 minuti sia un film che tra qualche anno rivedremo. Magari raccontando come facevano i nostri nonni della guerra. Che il peggio è passato e che il futuro è ancora migliore.

Classe 1971, dicono buona annata per il barolo, viaggiatrice per indole, blogger per caso, mamma per scelta di 2 ragazzi di 8 e 14 anni che come tutti i figli (maschi per giunta), mi fanno tribolare.

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