A scuola non è il “Quasi tutti”, ma il “nessuno escluso” che conta

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“Maé non ho capito.”
La frase-mostro per qualsiasi insegnante, per quello che va, indipendentemente da chi ha di fronte, e per quello che fa autocritica un giorno sì e l’altro pure, scannerizzandosi mentalmente i processi di apprendimento di tutta la classe.

Il “Maé non ho capito”, però, va interpretato, capito perché, a seconda di come lo si vede, può diventare anche una ricchezza profonda.

Mi spiego: è un mostro se lo vedi come un punto di arrivo.
Un brutto punto d’arrivo, un capolinea.
E’ una ricchezza se lo vedi come una delle tante fermate.

Il solo sentirlo, per me ad esempio, è sempre stata una conquista come insegnante, cioé
se un bambino te lo dice, hai vinto.  Perché? Perché lo sai e puoi fare qualcosa.

scuola nessuno escluso

Nonostante, però, io chieda fin dalla prima, alla fine di un’attività, “Avete capito? C’è qualcosa che non è chiaro?”, mentre qualcuno si apre e si espone tranquillamente, c’è ancora qualcuno che si vergogna e si nasconde.

E’ un gioco duro la scuola: c’è chi arriva prima e chi ci mette un po’, e c’è anche chi ha bisogno di percorrere molte e diverse strade per capire.

Qualcuno è sempre in soggezione e, quando non capisce, sta zitto.

Ecco, questo per me è il mostro più grande di “Maénonhocapito”.
Allora ti ritrovi a scrutare gli sguardi: se la testina è bassa o se a realizzare il lavoro cerca troppo in altri quaderni o se chiede di andare in bagno proprio nel momento del lavoro.
E’ il momento di chiarire.

Ma rispiegare qualcosa con la stessa modalità sarebbe come digitare per la seconda volta la combinazione sbagliata di una cassaforte: se non è andata la prima, non andrà matematicamente nemmeno la seconda. Ovvio.
E allora ci vogliono strade nuove, concrete.

Nessun bambino “non capisce”.

O meglio, non capisce con i nostri tempi, con le nostre parole, con le nostre convinzioni.
L’altro giorno una studentessa alla quale faccio da tutor ha sperimentato per la sua prima volta un’attività in classe.
L’ha fatto bene bene, pensando a tutto: ha portato schede, materiale da manipolare. Veramente in gamba.
Le ragazze che oggi vogliono diventare insegnanti hanno un bagaglio veramente importante e necessario per la scuola.
Bravissima.
Arrivati a fine attività, quasi tutti avevano intuito, ma qualcuno aveva un po’ di confusione e tu pensi “Ci sta”.

Quando però il cervello è calibrato non su “quasi tutti”, ma su “nessuno escluso” è diverso.

Questa sensazione di incompletezza ho voluto passarla alla ragazza perché l’essere soddisfatti come insegnante è una sensazione complessa che va meditata, scavata, anche negli angoli più nascosti e scomodi: conta, sì, che la maggioranza abbia capito e intuito, ma conta di più che quella freccia non sia arrivata dove doveva.

E allora?
E allora ci si alza, ci si attrezza, ci si muove e, quello che si è sperimentato soltanto con le mani, si agisce con tutto il corpo, ci si immerge in situazione.

Per un bambino alzarsi dal banco già modifica il pensiero e mette la mente in una condizione diversa, di apertura e di sperimentazione che non prova in nessun altro modo.

E se verbalmente lo spieghi 20 volte e gli fai compilare 15 schede, non passa… ma basta una sola volta sperimentata con una modalità immersiva, per far sì che quel movimento diventi concetto in un attimo.

Del resto anche Einstein diceva

“Non puoi pretendere che le cose cambino, se fai sempre le stesse cose”.

Quanta ragione.
Direi che per un’insegnante potrebbe essere anche l’unico motto ispiratore: sarebbe più che sufficiente.

Volevo fare l’archeologa… invece sono moglie, mamma, sorella e maestra e per me è più che sufficiente, anzi, ottimo. Sono una donna “orgogliosamente media”, ma decisamente realizzata, che non si annoia neanche un po’…

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