Adolescenti e il vuoto cosmico: il ruolo degli adulti tra colpa e recupero

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Verona, poco più di un anno fa. Due adolescenti, 13 e 17 anni, danno fuoco a un’auto in cui un senzatetto straniero sta dormendo. Lui muore, loro raccontano che lo hanno fatto per combattere la noia. Senza, inizialmente, rendersi conto della gravità del loro gesto.


L’abbiamo fatto tanto per vedere cosa succede a provare a far bruciare un uomo.

Da allora è passato un anno e, pochi giorni fa, il Tribunale per i Minorenni si è pronunciato decretando un periodo di messa alla prova per il più grande. Perché per il 13enne non è possibile emettere sentenza vista la sua età: sotto i 14 anni non sei imputabile.

Niente carcere, nessuna gogna mediatica, niente pena esemplare. Scelta sufficiente perché l’opinione pubblica si sia scatenata. Perché alla fine, quando bruci vivo un essere umano, devi solo marcire in prigione.

Non importa la tua età.


Vorrei partire nella mia riflessione proprio da qui, dall’impunibilità.

Il percorso di “messa alla prova” non prevede l’impunibilità ma si aggancia al concetto di “ammissione di colpa”. Se un minore vuole beneficiare di questo dispositivo (che normalmente segue a un tempo di “custodia cautelare” – in carcere o in comunità, e comunque lontani dal proprio mondo – in attesa del processo) deve partire proprio da qui: ammettere di aver commesso il reato.

Che non è una cosa di importanza secondaria visto che significa partire dal riconoscere di essere colpevole.

Sì, colpevole. Del reato commesso.

Che a 17 anni vuole dire aver rielaborato il proprio comportamento.

E come fa un adolescente ad analizzare criticamente il proprio agire? Ha bisogno necessariamente di un adulto che lo accompagni in questo percorso, che lo supporti e lo aiuti nel processo di analisi e rielaborazione di quanto ha fatto.

E ve lo immaginate quanto questo possa essere faticoso per un ragazzo?

Quindi già il concetto di impunibilità si svuota del suo significato e rientra in un percorso (di tipo penale) di più ampio respiro. Ma questo, la maggior parte delle persone comuni, non lo sanno. E la “condanna” non è, di conseguenza, assente.

C’è poi un concetto fondamentale che, a mio parere, non può essere di secondario interesse: l’età dei colpevoli e la loro condizione sociale. E anche qui il dispositivo della messa alla prova ci viene in aiuto.

Se sei un ragazzo, un adolescente, non puoi essere considerato alla pari di un adulto che ha capacità di discernimento e di valutazione delle situazioni tipiche, appunto, di chi ha avuto diverse esperienze nella vita. Insomma: possiamo paragonare un ragazzo di 17 anni (o di 13) ad un adulto? Possiamo aspettarci da lui la stessa capacità di valutazione delle situazioni e delle relative conseguenze?

Noia o divertimento? Per noi adulti hanno lo stesso significato?

Il divertimento appartiene al concetto di soddisfazione del proprio ego. Fare, cioè, ciò che ci provoca piacere. Che ci fa (appunto) divertire.
La noia è qualcosa di differente: un vuoto da riempire.
Un vuoto che i ragazzi da soli (se non educati fin da piccoli alla creatività) non sanno come colmare. Un buco nero (a volte al pari della depressione) che non sono (siamo?) in grado di riempire con agiti significativi.

Il vuoto si può riempire” certo.
Ma come? Chi ci aiuta a farlo?

Un aspetto, come sempre, manca all’appello in queste situazioni: gli adulti dove sono? A chi tocca educare questi ragazzi all’empatia e ai valori? Stiamo (“Stanno”, e scusate se mi tiro fuori da questo giro di giostra) trattando questi adolescenti come se fossero già degli adulti, senza esserci impegnati a farli diventare tali. Abdicando (per comodità?) a quello che, invece dovrebbe essere il nostro ruolo.

Essere “genitori sufficientemente buoni” significa mandarli a spaccare le pietre? E chi si sta giustificando?

Probabilmente sarò una voce fuori dal coro ma non posso dimenticare che ogni ragazzo problematico, ogni adolescente “colpevole”, altro non è se non il prodotto di adulti che hanno fallito. E che meritano altri adulti che provino, nel limite delle loro capacità, a rimediare l’errore che altri hanno commesso.

Perché, certo, l’azione che hanno commesso è grave. Anzi gravissima.

Ma questo non deve diventare un marchio che inficerà tutta la loro vita. Perché il dispositivo della messa alla prova prevede proprio questo: che un ragazzo riesca a capire il proprio errore e porvi rimedio.

Per avere una vita diversa, che non sia ipotecata da un solo (grande, grandissimo) errore.

Altrimenti ogni adulto di questo mondo dovrebbe fare la stessa fine.

Perché alla fine, come dicono i ragazzi, “è fin troppo facile fare i gay con il culo degli altri

P.s. per coloro che non lo conoscono il dispositivo di messa alla prova – oltre a partire dall’ammissione della propria colpa – prevede:

a) la permanenza in un contesto differente da quello familiare (spesso un contesto comunitario con professionisti dell’educazione che si prendono cura del minore)

b) la frequenza ad un corso scolastico, professionale o lavorativo

c) un percorso psicologico di supporto

d) “lavori socialmente utili” (quasi esclusivamente connessi alla colpa commessa, cioè riconducibili alla conoscenza e all’empatizzazione del “mondo” che si è leso)

e) la verifica costante e continua con professionisti (educatori, assistenti sociali, giudici del Tribunale per i Minorenni) sul percorso che si è intrapreso.

E – per concludere – non è così scontato che la messa alla prova abbia esito positivo. In caso di esito negativo il reato non viene cancellato e la pena viene stabilita ai sensi di legge.

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