Ultima modifica 28 Aprile 2021

In un interessante e provocatorio articolo recentemente comparso su Il Post, la psicologa americana Erica Reischer si interroga su come educare i nostri figli seguendo il motto (se ti impegnerai al massimo) potrai diventare quello che vorrai’ sia qualcosa di potenzialmente nefasto e distruttivo.

Da parte mia, concordo pienamente con quanto affermato dall’autrice e voglio qui soffermarmi su due aspetti indirettamente trattati nel testo.

Il primo è che il motto qui considerato (che a me suona come una variante del celebre ‘volere è potere’) non è sempre usato in modo esplicito e diretto dai genitori.
Piuttosto, questi ultimi sono spesso consapevoli dei limiti dei propri figli e del fatto che questi ultimi riescono meglio in certe cose piuttosto che in altre.

Eppure, il fatto che i figli non eccellino o non riescano bene in determinate attività, li porta a focalizzarsi su di esse, come se potessero diventare un ostacolo insormontabile per la crescita.

Ritengo che qui il tema in ballo sia quello delle aspettative e delle paure genitoriali che portano, come esito paradossale e, per così dire, beffardo, ad andare incontro al fallimento che si vuole evitare. Mi viene in mente il caso di una ragazza che frequentava il secondo anno di liceo classico e che seguivo in psicoterapia.
Andava piuttosto bene a scuola, anche se non aveva voti alti in matematica, giusto poco più della sufficienza. Volendo che superasse questa soglia, i genitori hanno cominciato a mandarla a fare ripetizioni due volte alla settimana e a vivere ogni verifica o interrogazione come se fosse qualcosa di fondamentale per le sorti scolastiche.
Il risultato è stato tanto stress e un debito in matematica a fine anno!

Il secondo aspetto, strettamente connesso al primo, riguarda le modalità attraverso cui i figli vengono aiutati a migliorare (per non dire eccellere) nelle attività in cui riescono meno.

A volte, in realtà, sono semplicemente ‘nella media’…ma è così brutto essere ‘medi’, in fondo?. Ritengo che accade molto di frequente che, più che offrire e dare un aiuto, i genitori arrivino a sostituirsi ai figli nel fare determinate cose.
Questo comportamento ha tante motivazioni. Tra tutte il timore di dovere riconoscere un fallimento o una semplice difficoltà e l’ansia di mostrare all’esterno in genere, il gruppo di amici, gli altri genitori, gli insegnanti, ecc.) la bravura dei figli in tali attività.

A tale proposito, voglio ricordare un bambino di otto anni che seguivo in psicoterapia.
Ogni tanto, mi portava in seduta dei bellissimi disegni con i quali otteneva voti eccellenti a scuola, dei quali ovviamente era tutto fiero e contento.
Ebbene, dopo un po’ di tempo, il bimbo mi ha confidato che questi disegni non erano opera sua (lui preferiva giocare a calcio invece di stare seduto a disegnare) bensì della sorella maggiore, ai quali i genitori avevano commissionato le opere!

In breve, credo che il valore dell’articolo della Reischer risieda in questo:

è necessario riconoscere che ci sono dei limiti sia in noi sia nei nostri bambini.

L’idea di limite non ci deve affatto spaventare ma, anzi, va vissuta come qualcosa che permette di fare emergere le nostre capacità.
E’ un po’ come nei giochi, le cui regole pongono dei confini all’interno dei quali possiamo muoverci ed esprimerci secondo le nostre caratteristiche.
Non siamo infallibili.
Non siamo onnipotenti.
Non siamo divinità.
Siamo normali esseri umani e, in questa condizione, possiamo permetterci molte cose, in fondo.

Cerchiamo di farlo capire bene anche ai nostri figli!

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