Ascoltando D’Avenia: perché insegnare?

Ultima modifica 17 Giugno 2023

“Francesco ha la bocca aperta, meraviglia e silenzio sono la verità di una storia.
Se, una volta finita, si torna ai pensieri di prima o si prende subito la parola la storia è stata una cattiva storia, o è cattivo il narratore.
Se chi ha ascoltato o letto rimane in silenzio, magari a bocca semiaperta, si può stare sicuri che quella è una buona storia e finirà col liberare qualcuno dalla prigione della disperazione o della noia, che sono la menzogna della vita.
Per questo solo i bambini sanno ascoltare una storia, anche quando la storia è sempre la stessa, perché ad ascoltare la verità, loro non si stancano mai.”

Pag. 163 Ciò che inferno non è, Alessandro D’Avenia

Ascoltando D'Avenia

Leggendo e ascoltando Alessandro D’Avenia, giovane professore e scrittore, viene la voglia di insegnare.

E se già ce l’hai, te la timbra e tu ci metti sotto tre firme.

Non posso commentare la meravigliosa parte sul perché insegnare e perché c’è qualcuno che ancora, nonostante la classe docente italiana sembri ridotta alla cattiva docenza nel sentire comune (ché la gente non si inventa nulla… è un sentire indotto da informazioni parziali o deviate), insiste nel voler “servire qualcuno”.

Tutte le situazioni virtuose, tutti i successi formativi, restano relegati a siti professionali, a trasmissioni tematiche che escono due volte l’anno, a canali riservati che in fondo nessuno o quasi va a guardarsi.

Gli insegnanti che creano un ambiente educativo efficace non vanno in giro a farsi pubblicità.

La soddisfazione la trovano hic et nunc, quando vedono il successo negli studenti: perché fondamentalmente è quello lo scopo del loro lavoro.
Ma tutto questo sembra così difficile da cambiare e da riportare fuori dalle mura scolastiche perché ancora nel pubblicare le cose che funzionano c’è una certa reticenza… no una qualsiasi: certa.

Ascoltando D’Avenia parlare in una trasmissione tv con quel fervore ed entusiasmo mi fa pensare al come mai ne abbiamo così bisogno?

Il prof D’Avenia ricorda che parlare di come va male la scuola distoglie lo sguardo da chi la rivoluzione la fa ogni giorno con fatica.

E la rivoluzione qual è?
E’ esattamente nello stralcio del libro che avete letto all’inizio. La rivoluzione è osservare Francesco. Ascoltando D’Avenia inizia la piccola rivoluzione.

E’ quella cioè di portare bambini e ragazzi al centro della scuola.

I ragazzi, se li agganci, ti seguono e sono attivi e reattivi a ciò che si fa in classe.

Ed ha ragione: i ragazzi, come i bambini, devono essere agganciati, non divertiti.

Penso ai prof del mio liceo e penso a ciò che so e ancora ricordo : ho scoperto perché mi piace insegnare matematica e non ho una profonda cultura di letteratura italiana; so perché ricordo la storia e non la chimica. Tutto, esattamente tutto dipende dai professori che incontri. Chi ti rende partecipe e autore del tuo percorso, chi ti costringe a riflettere e a confrontare, chi ti stuzzica e ti fa capire, chi lavora con te e non per finire il programma, ti lascia qualcosa di fondamentale, che non è la conoscenza, ma l’amore per essa.
Ed è lì l’innesco.

Io ho un’idea forse strana e forse sbagliata, ma se la scuola primaria deve veramente darti gli strumenti di base e la capacità di lavorare in gruppo nel rispetto assoluto dell’altro (che poi alla fine è lo strumento di base del vivere civile), la scuola secondaria deve invece mettere le ali ai ragazzi.
Alcuni prof con me lo hanno fatto… altri no.

E così oggi a quarant’anni suonati mi trovo a studiare ogni tanto un autore della letteratura italiana che non ricordo e me ne innamoro… ma è merito dell’insegnante di storia.

E’ merito di chi ha “letto una storia vera per me ed io sono stata ad ascoltarla a bocca semiaperta”.

Non so se mi sono spiegata.
In questo inizio di anno scolastico, spero e auguro che tutti noi insegnanti riusciamo ad essere quei “buoni narratori” capaci di lasciare a bocca aperta.
Ad agganciare il cuore dei Francesco che abbiamo davanti.
Questa è la riforma della scuola.

C’è tanto bisogno di entusiasmo oltre alla preparazione, altrimenti rischiamo di non lasciare traccia. Questa è la cosa più squallida da dare ad una giovane mente: essere dimenticati o ricordati per contrasto con qualche buon insegnante.

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