Ultima modifica 28 Aprile 2021

Ormai da cinque anni il mio lavoro mi porta, due volte a settimana, a entrare in una scuola superiore. Una massa rumorosa (e a volte puzzolente, come solo gli adolescenti sanno essere già alle 8 del mattino) composta da più di 1000 studenti.
Immaginate il vociare, le risate, il caos a cui sono abituato in classe, nei corridoi, nel bar della scuola…

Non c’è mai silenzio, mai.

adolescenti

Perché anche nei momenti più tranquilli senti le chiacchiere dei docenti, le risate o le lamentele dei bidelli.

Ho assistito ad amori vissuti o infranti, crisi di coscienza o d’identità, battute più o meno divertenti, incazzature per brutti voti, lamentele verso i prof, gioie per i risultati raggiunti, paure di non essere all’altezza…

Ma oggi, in un giorno qualsiasi come qualunque altro negli ultimi cinque anni, non è stato così.

Oggi, per la prima volta in cinque anni, sono entrato a scuola e sono stato investito dal silenzio.

Un silenzio totale e assordante, inverosimile e fuori luogo.

Perché?
Perché ieri uno dei ragazzi rumorosi e (forse) odorosi di vita è uscito da scuola, ha preso la sua moto (me lo immagino sorridente e vociante con i suoi compagni e la sua ragazza, magari fumando una sigaretta in gruppo come spesso faccio io con loro prima di andare via) e non è mai arrivato a casa.

È morto in un incidente stradale. 

E stamattina questo evento ha creato quel silenzio surreale e fuori luogo.

Oggi ho visto ragazzi con gli occhi gonfi di lacrime. Professori che giravano per i corridoi come degli zombi, bidelle silenziose che (diversamente dal solito) faticavano a regalare sorrisi a chiunque, una dirigente che ha raccolto il coraggio a due mani e – confermando il suo ruolo di adulto – ha parlato a tutti attraverso quei megafoni che (utilizzati sempre meno) si celano nelle aule.

È mancato” è la frase che ho sentito più spesso. E mi sono arrabbiato per questo, senza farlo vedere a nessuno.

Non ha bigiato, non era assente per malattia, non è mancato.
È morto.
E nulla fa più male che dirlo parlando di un ragazzo di 19 anni. Nulla.

Ma non bisogna indorare la pillola, anche se parlare di morte (a 19 anni) sembra una bestemmia.

Perché questo era il sentimento che attraversava ognuno degli adolescenti che ho incontrato, abbracciato, consolato, osservato. Parlare di morte in un luogo che pullula di vita fa male, molto male. Ma è necessario.

Ricordo l’anno della mia maturità. Un evento simile è accaduto ad una persona molto vicina ad una mia compagna. Non a una qualsiasi, ma la mia compagna di banco da tre anni. Praticamente la mia “copia/incolla” come la definirei oggi. E proprio oggi, su Whatsapp, ricordavamo quel periodo.

E lei, più di me, ricordava proprio gli adulti spaventati e il loro silenzio. Lei che quel silenzio lo ha subito.

parlare agli adolescenti

“Parlare sarebbe stato un dono.”

Questa la frase che più mi ha colpito e che mi ha confermato quanto sia importante non lasciar cadere qualsiasi tipo di argomento si presenti di fronte. Soprattutto quando si tratta di discorsi con gli adolescenti.

Perché il silenzio non fa altro che alimentare le fantasie e le paure dei ragazzi, che non hanno il coraggio di chiedere agli adulti (altrimenti sconfesserebbero il loro ruolo di adolescenti) ma che – da soli – non sanno dare un nome a ciò che è più grande di loro.

Solo che, troppo spesso, anche noi adulti viviamo questa difficoltà. Ma non ce la possiamo permettere.

Perché questo è il nostro ruolo: raccontare la vita.
Che ha una sola certezza: che prima o poi finisce.
Solo che quando finisce troppo presto fa più male.

Ai ragazzi, che non pensano che possa accadere.

E a noi adulti per ricordarci che anche questo dobbiamo insegnare ai ragazzi, che è necessario (comunque) trovare le parole per dirlo. Per dare, attraverso il nome, una forma a ciò che accade. Non tanto per scovare un significato che, forse, arriverà più avanti o mai. Ma per aiutare i ragazzi e le ragazze a con-tenerlo. A tenerlo con sé per dare, almeno, un significato al dolore.

Anche se sembra assurdo.

Anche se, come genitori, rischiamo di vedere un film dell’orrore provando a immedesimarci nei genitori di quel ragazzo. Ipotizzando solo lontanamente quale dolore si possa provare. Come è successo a me: paralizzato dalla paura all’idea che tra poco più di un anno mia figlia mi chiederà di fare il patentino e vorrà il cinquantino. E io non potrò risponderle no solo perché terrorizzato da ciò che potrebbe accadere.

Perché, per quanto sia faticoso sopravvivere ad un’esperienza simile, non possiamo vivere nel terrore, immobilizzando i nostri figli sotto una campana di vetro che li proteggerebbe ma li limiterebbe.

Perché questa è la vita. E la morte.

Anche a 19 anni.

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