Ultima modifica 28 Aprile 2021

Fuori onda di una trasmissione radio a cui ero stato invitato.
Nell’orecchio sinistro la canzone di Ghali che non potevo fare a meno di ascoltare perché una delle mie preferite. L’orecchio destro libero per ascoltare quello che la conduttrice mi stava raccontando del successivo intervento che avremmo dovuto fare al termine del brano musicale.

All’improvviso una domanda a bruciapelo visto che “tu che sei così esperto del mondo dei ragazzi mi puoi dare un consiglio?”

“A quale età è giusto
dare il cellulare ai propri figli?”

Controllare i nostri figli

Un quesito non strettamente connesso al tema della trasmissione (che comunque riguardava il rapporto genitori-figli) evidentemente motivato da un bisogno di quella che cessava per un momento di essere la conduttrice del programma e tornava (ma forse non aveva mai smesso di essere) una madre che si fa delle domande sul suo stile educativo.

“Dipende”
è stata la mia risposta, “
perché in educazione, come sempre,
non c’è una regola fissa”.

“Sai, mio figlio ha dieci anni e io uno smartphone gliel’ho già dato perché, per la vita che conduciamo, ho bisogno di essere in contatto con lui anche quando non sono fisicamente al suo fianco. Per questa mia scelta sono però stata criticata da altri genitori che hanno detto che è troppo presto, che mio figlio è troppo piccolo per accedere alla rete, che così rischio di esporlo a pericoli che non è pronto a fronteggiare”.

Le dita di una mano che facevano il conto alla rovescia richiudendosi una dopo l’altra su se stesse mi hanno impedito di ribattere a quest’ultima affermazione.
Era ora di tornare in onda.
Negli occhi della donna accanto a me il sapore amaro di non essere riuscita ad avere una risposta al suo dubbio e sulle mie labbra l’immagine di ciò che avrei voluto aggiungere.

Perché la concessione dell’utilizzo della tecnologia fa così paura a noi genitori?

Al netto delle regole imposte dai gestori dei più grandi social (che, diciamocelo, servono solo a tutelare loro stessi da possibili azioni giudiziarie in caso di problematiche loro imputabili) la scelta di dare un cellulare ai nostri figli dipende da molte condizioni che non sono uguali per tutti.

L’organizzazione organizzativo-lavorativa dei genitori, il luogo in cui si abita, le condizioni economiche, ciò che la nostra cerchia sociale sceglie quasi in nome e per conto degli individui.

Ma il vero problema è che il dilemma ruota intorno a due livelli apparentemente in contrasto tra loro: la dimensione del controllo e quella dell’autonomia.
Più alcune pressioni sociali (che siano pro o contro la scelta) che ci influenzano parecchio.

È però necessario fare un passo per volta.

La dimensione del controllo è un motore importante: nella società odierna, fatta di genitori che lavorano e di figli che passano del tempo con i nonni o con altri adulti che si occupano di loro, sembra abbastanza comprensibile condividere l’opinione che attraverso un “filo diretto” (rappresentato dalla possibilità di monitorare ogni volta – attraverso telefonate o, addirittura, videochiamate che ci permettono di verificare anche il luogo in cui i nostri figli si trovano – cosa stiano facendo i nostri ragazzi) il senso di preoccupazione (o di colpa per non essere con loro) può essere mitigato.

Ma questo ha un prezzo.
Il costo che paghiamo è quello di introdurre l’altra dimensione che è appunto rappresentata dall’autonomia di cui possono godere i nostri ragazzi.
Perché il cellulare (purtroppo, per alcuni) non è un walkie-talkie che ci garantisce il contatto diretto escludendo qualsiasi altra possibilità di interazione. E questo significa che, nel tentativo di tenere i nostri figli vicino a noi, paradossalmente li allontaniamo permettendo loro di diversificare le dipendenze.

Che, a voler ben guardare, è il vero concetto di autonomia.

crescere

Questa dicotomia è ulteriormente complessificata dal ruolo della rete che può essere una grande risorsa ma anche un enorme pericolo (o, addirittura, una gabbia).

Il problema, però, secondo me non è lo strumento, ma l’utilizzo che se ne fa.

Proviamo a staccarci per un attimo dallo smartphone e pensiamo alla polvere da sparo.
A seconda del suo utilizzo si possono creare bellissimi fuochi d’artificio o togliere la vita a un essere umano.

È la polvere da sparo a essere giusta o sbagliata?
O forse è l’utilizzo che se ne fa a determinare le possibili conseguenze positive o negative? Possiamo traslare questo esempio nell’utilizzo della tecnologia, degli smartphone e della rete in generale?

La vera domanda, quindi, non dovrebbe essere a quanti anni sia giusto concedere l’utilizzo del cellulare ai nostri figli ma se noi adulti siamo in grado di educarli all’utilizzo.

cellulare bambini

E per rispondere a questa domanda dovremmo innanzi tutto analizzare che utilizzo ne facciamo noi (e quindi a quale esempio sono sottoposti i nostri ragazzi) e quanto siamo disposti a faticare davanti a una nuova sfida educativa.

Perché la questione è sempre la medesima: siamo pronti a svolgere al meglio il ruolo di adulti educanti consapevoli che il processo di crescita dei figli è un percorso inevitabile?

Per quel poco che avete capito di me potete ben immaginare che ho aspettato il successivo fuori onda per esplicitare alla conduttrice della trasmissione quale fosse il mio pensiero in merito al suo dubbio.

E che tipo di feed back avrei avuto.

2 COMMENTS

  1. Generazione X e Millennials sono due modi per identificare i giovani di una volta e i giovani attuali separati da un demarcatore temporale, il nuovo millennio, che porta con sé il nuovo che cui gli stessi adulti devono capire mentre lo vivono e che i ragazzi invece hanno nel DNA. Sembrano usciti dal pancione con il cellulare in mano, smanettando con nonchalance su questi dispositivi stargate con un nuovo mondo mentre i grandi li usano a metà. Ci sono persino ragazzini che programmano mentre i grandi non sanno neanche cosa sia il java o telegram. Se non conosci le potenzialità della rete è dell’informatica, come fai a educare al corretto utilizzo?

    • Secondo me non bisogna sempre essere esperti di tutto per educare, sarebbe impossibile. È necessario però approcciarsi alle novità con sincera curiosità e applicare i propri valori anche a quello che ancora non conosciamo bene. Le relazioni interpersonali, ad esempio, dovrebbero seguire le stesse regole in rete o in presenza. Se io, ad esempio, insegno a mia figlia a rispettare le persone perché non posso pretendere che faccia lo stesso sui social? E se poi sempre io, adulto, scrivo su un social con toni aggressivi come posso aspettarmi che mio figlio faccia diversamente anche nella vita reale?

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