Da fratello a fratello

Ultima modifica 20 Giugno 2019

 

Tenersi-per-manoAnni fa, quando le famiglie erano numerose, i figli maggiori si sentivano responsabili dei piccoli e, come in “una ruota che gira”, si occupavano delle loro necessità pratiche, insegnando, fino a trasmettere, atteggiamenti e comportamenti. Era normale.
Oggi, si è un po’ persa questa trasmissione di pratiche e valori da fratello a fratello, un po’ perché la tendenza al figlio unico, per svariati motivi, giustificati o meno, porta ad avere come guida solo adulti.
Se, nel peggiore dei casi, a ciò si aggiunge la solitudine in casa, reale o mascherata da una presenza genitoriale distratta, e un ambiente che non dà i giusti stimoli alla partecipazione e alla condivisione delle responsabilità, allora è veramente duro costruirsi una coscienza sociale, proiettando il “farsi gli affari propri” anche nei gruppi di appartenenza.

C’è da dire che a volte, oggi, anche l’avere fratelli non è garanzia di crescita sociale.
Quando non c’è uno stimolo continuo alla collaborazione e alla condivisione nella crescita di un fratello più piccolo, infatti, i ragazzi non se lo inventano. Se una volta non si conosceva un altro modo d’agire e non c’era da pensarci su, oggi il babysitteraggio, il preservare il grande dalle interferenze del piccolo (è un po’ la moda di oggi, prendiamoci i nostri spazi), la difficile gestione delle gelosie, non lasciano aria alla co-responsabilità per lo sviluppo della fratellanza.

D’altro canto, ci sono genitori che, impegnati a lavoro tutto il giorno, lasciano a casa i figli piccoli con i maggiori (e ne conosco diversi), che sentono il senso della famiglia e la fratellanza più di chiunque altro. Sarà la familiarità con certe situazioni a costruire quest’importante sentimento? Sarà il fatto di sentirsi veramente utili e indispensabili per qualcuno? Forse.

Il nostro progetto continuità tra scuola primaria e ultimo anno della scuola dell’infanzia mi ha fatto molto riflettere su questo tema, che non avevo mai considerato con il giusto peso.
La Dirigente ha proposto, dallo scorso anno, un tutoraggio dei bambini delle classi quarte verso i bambini della scuola dell’infanzia collegata. Classi quarte? Perché? Perché si conoscono ora, in quarta, e quando i piccoli entreranno in prima, ritroveranno i loro baby-tutor (ormai in quinta) nel loro primo giorno di scuola.
Giuro che, solo dopo aver visto quello che ho visto, ho capito quanto sia importante far sentire la bellezza di starsi vicino e far diventare i grandi punti di riferimento positivi per i piccoli.
Li abbiamo messi insieme in palestra e, dietro ad ogni bambino dell’infanzia, si è inginocchiato un “ragazzo” di quarta o due. Già i piccoli iniziavano a voltarsi per guardare in faccia i loro tutor e sono scattati i primi sorrisi. Dopo aver dato una breve spiegazione del mini progetto (la conoscenza reciproca e due attività programmate da fare insieme alla scoperta di un’antica “nevaia” nell’Orto botanico dell’Università di Agraria), abbiamo detto che potevano parlare tra loro e raccontarsi ciò che volevano. Dopo 20 minuti e milioni di foto (troppo belli), abbiamo dovuto fermarli, purtroppo, per mancanza di tempo.
Noi e le insegnanti dell’infanzia ci guardavamo e ci veniva da sorridere (e un po’ anche da ridere, a sentire i loro discorsi), perché erano il volto, il luogo, l’essenza della comunicazione, quella che nasce semplice tra fratelli grandi e piccoli nei momenti buoni.

«Ma lo sai che a me piace solo Spider-man?» – «Ok, allora la prossima volta ti porto il disegno, io lo so fare».

«Ma come ti chiami tu, me lo ridici?» – «Io Benedetta e hai visto che porto gli occhiali come te?» – «Me li fai provare un giorno?»

«Come sono i compiti che fai? Belli o brutti?» – «Di solito sono brutti e, quando non te li danno, sei proprio contento!»

«Io al parco non ci vado tutti i giorni, però, se mi dici quando vai, mi telefoni e ci andiamo. Porto il pallone io».

C’era qualche “grande” imbarazzato, sì, ma il piccolo “abbinato” non si è perso: si è girato a parlare con gli altri vicini. Qualche bambino, che non sapeva cosa dire, ha avuto l’occasione per guardarsi intorno e ha scoperto che ci può stare il parlarsi così, dal nulla, solo per conoscersi. E c’erano anche tanti “duri”, addolciti dalle piccole voci, che chiedevano continuamente attenzione.

Nel secondo appuntamento siamo andati alla “nevaia” a piedi. Alcuni bambini già si vedevano per mano con i loro piccoli. Ho ripensato a un commento fatto da un’amica qualche settimana fa ad un post sull’indifferenza dei ragazzi nei confronti dei bambini: «Non mollare mai e vedrai che molti dei tuoi cuccioli terranno la mano ai piccoli alla prossima camminata». A volte, crederci e lavorare con le colleghe giuste dà i suoi frutti. A momenti “scattava” la lacrimuccia, cara Nathalie.

Ah ah, si sono riconosciuti! Qualche piccolino cercava il grande, che era assente, e si è dispiaciuto, pure col broncio. Uno spettacolo anche lì. Avevamo organizzato due momenti dell’uscita: uno, insieme per ascoltare il racconto di come questo strano piccolo edificio venisse usato per raccogliere neve, conservare cibo al fresco e a fare antichi “gelati”; l’altro, in cui sarebbero rimasti i grandi a rappresentare dal vero il luogo. In realtà, è successo che i piccoli si sono messi a guardare ciascuno il proprio tutor che disegnava, e siamo stati insieme per tutto il tempo.

Quando la flessibilità è tutta nella scuola, quando la semplicità dei bambini viene ascoltata.
Tutti seduti in terra a fare, a chiacchierare di nuovo, taglia e cuci. Vorrei poter mettere il video, ma non si può. Immaginate, immaginate, gente.

Ylenia Agostini

Rispondi