La scuola non deve tornare ad essere difficile: la scuola è difficile.

Ultima modifica 12 Novembre 2019

Cosa è difficile?
Di preciso preciso non si sa, ma una cosa è certa: la scuola deve “tornare ad essere difficile“.

Mentre il professor Enrico Galiano lo dice riflettendo sulla scrittura di una bambina del 1944, pensando al modo di scrivere dei nostri ragazzi, circoscrivendo e contestualizzando la sua analisi (condivisibile), qualcuno la prende invece in senso globale e reazionario: una volta era meglio!
Quando leggo certi macroconcetti, io li sento con la voce di Gassman, non ci posso fare niente.

Ma vi siete mai seduti di fronte ad una classe di circa 54 occhi?

A volte due/quattro di questi ti dicono che è già difficile portarsi lo zaino di libri e problemi sulle spalle e farci scalino dopo scalino, ancor prima di sedersi.
Si vede dai visi tirati, dalle nuove, piccole o grandi che siano, zavorre di quella preadolescenza che spunta.
Purtroppo i 5 km per andare a scuola, fatti 80 anni fa, non sono più faticosi di una vita senza nonni che ti coccolano…
Quella in cui a 9/10 anni devi preparare la colazione per te e tuo fratello… e sbrigati pure.

Noi grandi siamo di un buffo, ma rasentiamo il tragicomico a volte.

Ogni settimana una perla.
Ci aggrappiamo alla nostalgia di un tempo ormai fuori tempo, pensando di risolvere i problemi dei nostri giovani.
Sarà mica una di quelle sensazioni che abbiamo solo noi insegnanti?
Ma sì, i visionari di turno.

La scuola è facile facile in realtà…

Ora vi racconto di un bambino dagli occhi luminosi quando impara.
Proprio lui che quando alza la mano sembra una scheggia.
Lui che vuole imparare la divisione ad ogni costo e ogni volta che la riprendo mi sento i suoi occhi alla lavagna e non batte ciglio: che ammirazione.

Per lui è difficile, ma è lì che impara: il difficile non è un problema.

Per lui le divisioni sono difficili un sacco!
Pensa se sapesse che qualcuno gliela sta tirando, che qualcuno gli vuole complicare la vita un cecino in più… vorrei tanto vedere la sua faccia.

La sua tenacia ha incontrato me. Se fossi stata come una delle mie 5 maestre della primaria, forse avrebbe mollato… perché allora sì che era scuolahhhh!!
Quella di una voltahhh. Quella che… (Sempre Gassman, mi raccomando).

Comunque pensate ciò che volete. Lui oggi ha scoperto il suo punto di difficoltà in un algoritmo pazzesco (ma non è da pazzi l’algoritmo della divisione?).
Nella catena di azioni ha isolato il suo problema e ha capito qual era la soluzione per superarlo: una domanda fatta più e più volte e una mano tesa a rispondere ogni volta.

Abbiamo vinto.

La scuola non deve tornare ad essere difficile: la scuola è difficile e i bambini vanno aiutati a capire, fino a che non capiscono.
Brutta, forse cacofonica frase, ma è l’essenza del nostro lavoro.
Non è facile per loro (ma come caspita gli viene in mente di dire che è semplice??) e non è facile per me.

E poi lei che quando riferisce fatica, uh se fatica!
E’ difficilissimo.
Parlare ti rende trasparente: tutti vedono ciò che sai, come lo sai, quanto ne sai.
Facile pure questo?
Ma io sto lì ad aspettare che quegli occhietti trovino la parola giusta.
Facile per me che sto ad ascoltare? Mah. Io sono lì a soffrire con lei tutta la timidezza e la paura tripla di non ricordare, di ricordare male, di non riuscire a dirla bene.

Ma facile cosa?

Ah certo, se fossi lì a giudicare e basta, valutandola in rapporto ai miei parlantini fotonici, per lei sarebbe la fine no? “Non hai studiato!! Non sai cosa dire! Non posso darti la sufficienza!” Questa è la scuola che si vuole?
No. Io la valuto rispetto a se stessa, a come era quando diventava rossa e diceva due parole. Per lei è difficile esporre. Ma lo fa. Ora lo fa, diventando rossa per la fatica, alla faccia di quelli che “la scuola è facile”.
Io, a volte, anzi, a dire il vero sempre più spesso, non capisco.
Forse sono pure contenta di non capire certe idee.
Sto molto bene nel mio piccolo mondo moderno.

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