L’insegnante e l’importanza di dire sempre la verità

Dire sempre la verità, soprattutto a scuola. E' vitale per la conoscenza. Se tu dici che sanno, quando non è sempre così, li destabilizzi, perché loro sono consapevoli di non aver capito qualcosa, anche se se lo tengono ben nascosto.

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Ultima modifica 3 Settembre 2019

Quando due maestre si vedono a cena è la fine… per gli altri.
Fossero anche una prof delle superiori e un insegnante dell’infanzia, non c’è storia: due tagliaecuci.
Gli argomenti si srotolano uno dietro l’altro e, però, uno mi rimane appeso al balcone, come i peperoncini calabresi, lì a seccare, splendidi: l’insegnante e la verità.
Mannaggia, un titolone che manco Recalcati caverebbe i piedi…

La verità di un insegnante è un monolite: non si sposta.

E’ come diceva Parmenide: l’essere è e non può non essere.
La puoi coprire, camuffare, procrastinare, ma lei è là, immobile ed immensa, proiettata in un futuro irrimediabilmente rivelatore.
Quello che i bambini sanno, poi, si vede.
Ecco.

Se a scuola porti avanti le tue lezioni come fossero olio evo, senza mai dire “ok, non ci siamo ragazzi, questa è proprio venuta male, la prossima volta dobbiamo approfondire”, eviti al momento una scartavetrata che però, in futuro, ti lascerà uno spazio di recupero tendente a 0.

Se consegni ai bambini esercizi già risolti dall’abitudine, oppure spieghi come un treno, lasciando solo una copiatura attenta a quelle piccole menti, poi non puoi identificare la loro conoscenza col bel quaderno.

E neanche i  genitori dovrebbero farlo, ma capisco che è complicato non entusiasmarsi di fronte alla bellezza e al “non errore”.

Ma bisogna capire che ogni giorno tutti i giovani vanno a scuola perché NON sanno e potrebbero tornare senza riuscire: l’importante è non nasconderselo e capire perché.
Non so se mi sono spiegata.
Perché sto facendo questa riflessione?

Perché sono convinta che dire le cose come stanno e dirsi la verità, a scuola sia vitale per la conoscenza.dire la verità

L’importanza di dire la verità: soprattutto a scuola.

La verità deve essere esposta, in primis per i bambini, coloro che ti osservano e capiscono se li stai prendendo in giro (pur in buona fede), dicendo “Che bravi!”.

Se tu dici che sanno, quando non è sempre così, li destabilizzi, perché loro sono consapevoli di non aver capito qualcosa, anche se se lo tengono ben nascosto.
Il percorso di crescita di un insegnante non è verso la perfezione: non esiste che più sei brava e formata e più sono bravi. Non esiste.
Esiste una buona didattica che sostiene un rapporto di crescita nella conoscenza da entrambi i lati.
Un ciclo scolastico è una storia a sé che va ogni giorno esposta per com’è: il  giorno prima può essere garanzia del giorno dopo… oppure no.

Se in 5 anni non abbiamo un quaderno intero splendido splendente, non importa perché il bello è proprio in quella pagina con 1000 cancellature. E’ là che si è costruito grazie ad uno sbaglio, brutto, ripetuto e terribile da superare sia per l’insegnante che per il bambino.

Perché nasconderlo strappandola? E’ la verità.

Il bello sta nel superare un ostacolo o anche nel capire che resterà tale e che non ci arrendiamo, ma ci vorrà sempre più impegno, proprio in quel punto.
Ecco dov’è la discriminante: la verità può essere nascosta e negata attraverso una bella facciata, oppure palesata e sostenuta dalla tenacia per cambiare e cambiare ancora, finché non si raggiunge almeno il minimo.

Sì, bisogna accettare che si possa raggiungere solo il minimo.
La storia dei supereroi è una fregatura. 
Dietro un insegnante per cui va tuttobenesempre c’è la paura del fallimento da un lato e la sensazione che l’errore sia sempre e solo dalla parte del bambino (se non va per il verso). Non è verità.

A me in questi anni è stato insegnato che fallire fa parte del nostro lavoro, perché non c’è magia nel lavoro dell’insegnante.

Non esiste che vada tutto bene per tutti.

Esiste che io faccia ogni tentativo affinché tutti arrivino al loro traguardo.
Il loro, non il mio.
Esiste una professionalità solida, un sapere e sapere come fare che va poi modulato su ciò che accade realmente.
Se ho lavorato 3 ore con i miei ragazzi, ma vedo 10 occhietti spenti, vuol dire che il mio programma aveva una falla e che devo ripartire in altro modo, con altri gesti e con altre parole.

Sarà, ma Karl Popper in questa frase dice tutto e ci trovo il senso di un lavoro come quello dell’insegnante, dedicato alla conoscenza:
Evitare errori è un ideale meschino: se non osiamo affrontare problemi che siano così difficili da rendere l’errore quasi inevitabile, non vi sarà allora sviluppo della conoscenza.
Nessuno può evitare di fare errori; la cosa più grande è imparare da essi
.”

Con nuove risorse, con rinnovato studio, con un grande entusiasmo ricomincio quest’anno con i nostri ragazzi ai quali prometto verità, come sempre e di più.

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