Mio figlio non sa “fare” i problemi. Ne sei sicuro?

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Mio figlio/mia figlia non sa fare i problemi.
Quando mi trovo di fronte a questa brevissima attestazione di terrore puro, ho paura anch’io, ma davvero!
Mi spaventa la catena di sensazioni che genera e segue questa piccola, semplice successione di parole.

Nessuno sa “fare” il problema, perché in realtà non si fa.

Un problema vero si risolve, si supera, chiede una strategia, un andirivieni nella memoria, fornisce appigli a volte fallaci o interruttori di lampadine. A volte consiglia di passare per altre vie e a volte suggerisce di svuotare un pacco di pastina sul tavolo, per vedere meglio.

L’etimologia della parola problema viene dalla parola greca  πρόβλημα (próblēma) = sporgenza, promontorio, impedimento, ostacolo.

fare un problema

Ecco, voi avete mai fatto un ostacolo?
Ahaaa, vi ho fregati già sul piano linguistico.

Un attimo, ma,  i problemiquelliveri cosa vuol dire… che ci sono pure quelli finti? Sì.

I problemi finti sono tutti quelli che vengono dopo IL PROBLEMA (ditelo pure con voce Gassmaniana): se, ad esempio, in classe do un problema che risolviamo insieme, con un’unica strada risolutiva miraccomandooo sennò sbagliano…, e, nella stessa lezione e nel compito per casa ne propino altri 4, cambiando solo contesto, allora i fantastici 4 sono spudoratamente problemi finti.

Diventano semplici esercizi in cui esibire memoria e capacità di sovrapporre lo stesso ragionamento ad un altro contesto. Punto.

Lì, se un bambino ha scritto bene a scuola ed è stato attento, viaggia come un trenino, ma esattamente “Fa” gli altri 4 problemi. Non risolve un bel niente.
Ah, dimenticavo, se non avesse capito il problema-modello a scuola poi, figurati quanto ci metterà a “farne” 4 uguali uguali (si chiama reiterazione dell’errore, è per questo che non è mai consigliabile ripetere un esercizio o un problema tante volte, né a scuola, né a casa).
In quel caso dovrà solo applicare un procedimento suggerito e conosciuto che, al cambiare dell’argomento problematico, gli sarà utile come l’acqua di cottura delle rape.

Di problemi finti ne abbiamo anche una splendida collezione nei libri di testo.
Nel senso che sono proprio collezionati in capitoli dai titoli “ambiguissimi”:
Problemiconl’addizione
problemiconlefrazioniproblemiconlafrazionecomplementare
problemiconlapercentuale… e via dicendo.

Giulio, con aria tra l’incredulo e lo stranito:
“Insomma, se già me lo dici… ma che mi prendi in giro? Ma sono già fatti questi!”

Parlo un attimo con Giulio, scusate:
“Già. Ti prendono proprio proprio in giro.
Ti fanno credere che i problemi siano quelli e che tu, caro Giulio, diventi bravo in matematica SE LI FAI, mangiandotene 10 in mezz’ora.
No, caro Giulio, hai ragione tu ad arrabbiarti.
E spero che ti arrabbierai sempre con chi ti vorrà tenere come un pallone da basket sull’indice.
Pensano che tu sia un bel bamboccetto e convincono tuttitutti che i problemi si fanno in uno schiocco di dita… resisti, mettici tutto il tempo che ti serve, pensa. E’ gratis.”

Ora parlo con voi e vi confido un segreto: i bambini, i problemi quelli veri, non li sanno fare mai, ma sono proprio quelli che piacciono.

Sono sempre lì, a leggere, rileggere e non capire.
Sono sempre lì, che restano in attesa, guardando il vuoto, si girano i capelli, litigano col compagno che propone una soluzione diversa… pensa che strani eh????

risolvere i problemi

A qualche genitore parte il piedino dopo il quarto minuto.
A me, invece, a vederli pensare, riflettere, provare, cercare, si apre il cuore.

Se proprio volete aiutarli, assicuratevi che abbiano compreso tutti i termini dei problemi, perché, a volte, chi li scrive pensa di parlare con un meccanico quarantacinquenne che conosce i contachilometri come le sue tasche o con un giardiniere con 28 anni di esperienza.

Il lessico va sgusciato, altrimenti impedisce il ragionamento (come insegna la grandissima Prof.ssa Rosetta Zan nel suo “Difficoltà in matematica”).

I miei bimbi hanno risolto un problema con la divisione quando ancora la divisione non l’avevano studiata. Perché la divisione è un concetto e siamo noi che erroneamente la identifichiamo con uno spoglio algoritmo.
Insieme ci sono riusciti.
Insieme hanno costruito nuovi significati matematici da un’esperienza mirata e guidata: 2 ore di ragionamenti, marce indietro e accelerate.
Che bellissima lezione: facevano la seconda.

Risolvere problemi, è ovvio, richiede conoscenze, ma quando queste sono apprese non serve che dimostrino se stesse: devono invece servire a creare e costruire altri concetti, altre nuove conoscenze.

Sapete qual è l’unico grande segreto segretissimo per fare in modo che un bambino risolva un problema?

IL TEMPO,
unica risorsa che spesso
non siamo disposti a concedere.

Se un bambino ha paura del problema (su questo sono un’estremista) è colpa dell’insegnante o del genitore…o, nella migliore delle ipotesi, di entrambi, facendolo sentire con l’acqua alla gola e inadeguato (inconsapevolmente).

Piccolo decalogo? Iniziamo col cambiare punto di vista.

  • Questo problema è un po’ difficile, proviamo a capire bene tutte le parole.
  • Non preoccuparti, ci vuole tempo a risolvere. Te lo rileggo?
  • Se non l’hai risolto a scuola non importa, tanto i problemi sono tutti diversi; proviamo lo stesso.
  • Mentre leggi ti faccio un disegno… oppure vuoi farlo tu?
  • Prima cerchiamo di capire… poi farai i calcoli.
  • Segnati le domande che ti vengono in mente, se posso rispondo io, altrimenti le farai all’insegnante.
  • Un pezzo è chiaro… e poi? Se non sai come andare avanti meglio che ti fermi.
  • Se non hai chiare le equivalenze prova a rivedere qualche esercizio fatto.
  • Non ti spaventare: i problemi sono ostacoli da superare, non muri che ti crollano addosso se non li risolvi.
  • Se non lo risolvi vuol dire solo che non l’hai risolto. Col prossimo andrà meglio.
    Sereni.

Attenzione: potrebbe riflettere uno stile di vita grazie al quale i nostri figli saranno sereni di fronte all’imprevisto e cercheranno di superarlo con ciò che hanno in quel momento.

E’ a questo che serve risolvere un problema…

Volevo fare l’archeologa… invece sono moglie, mamma, sorella e maestra e per me è più che sufficiente, anzi, ottimo. Sono una donna “orgogliosamente media”, ma decisamente realizzata, che non si annoia neanche un po’…

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