Musica e adolescenti. La funzione educativa di ieri e il ya ya di oggi.

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the voice of italy

Ultima modifica 28 Aprile 2021

Dopo una mattinata in radio non è possibile non parlare di musica, un tema che – in adolescenza – ritma ogni giornata e ogni emozione.

Quella sparata nelle orecchie in ogni istante della vita di un teenager: oggi da auricolari bluetooth connessi allo smartphone e negli anni 80 da cuffiette ricoperte di spugna e collegate ad un walk-man.

qual è il ruolo della musica in adolescenza?

In primo luogo è un linguaggio universale (apparentemente passivo) che veicola messaggi ed emozioni. E gli adolescenti vivono di questo.

E poi è la raffigurazione dei modelli che i ragazzi guardano cercando affannosamente qualcuno che li rappresenti (e mi riferisco ai pensieri) e dai quali trarre ispirazione per la formazione della loro identità.

Ma è inutile che vi racconti il significato fondamentale della musica, basta che facciate qualche passo indietro nella memoria per ricordarlo da soli.

È però importante, proprio perché questo tipo di comunicazione forgia la costruzione dei futuri adulti, andare ad analizzare cosa stia succedendo nel panorama musicale odierno facendo un piccolo parallelo con gli anni 80.

Sarò un nostalgico in questo ma ho scelto un anno simbolo della mia adolescenza.

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ERA 1989 e avevo appena compiuto 17 anni.

Appena prima di diventare maggiorenne. Quindi (in pieno) un adolescente secondo tutte le classificazioni.

Facendo una veloce ricerca in internet, in parallelo con la mia memoria, sono usciti due pezzi che in quell’anno erano al top delle classifiche.
La prima, forse un po’ troppo “elevata” perché simbolo della musica di tutti i tempi, era “Another brick in the wall” dei Pink Floyd.

Un pezzone, direbbero oggi i discografici.

E avrebbero ragione, perché rappresentava un’epoca di cambiamento, di rivolta, di lotta contro il potere costituito.

Il perfetto inno dell’adolescenza.

D’altra parte anche il testo ne era una chiara rappresentazione.

“Non abbiamo bisogno di istruzione
non abbiamo bisogno di controllo del pensiero 
Niente sarcasmo oscuro in classe
Insegnanti, lasciate in pace i ragazzi. 
hey insegnanti, lasciate in pace i ragazzi!
tutto sommato, è solo un altro mattone sul muro
tutto sommato, siete solo un altro mattone sul muro”

E in Italia? Qual era la canzone simbolo di quell’anno?

Anche qui una veloce ricerca in rete mi ha riportato alla mente una canzone che ho sempre amato (e che ancora oggi sta nella chiavetta USB in auto).

Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia.

Un inno più sottile forse, ma sempre caratterizzato dalla voglia di cambiamento, dalla condizione femminile che voleva emergere definitivamente e tradurre a tutti il proprio linguaggio.

Una rivoluzione culturale, insomma.

Permeata da una rassegnazione che aveva il sapore amaro di qualcosa che forse non si sarebbe riuscito a cambiare.
Dicendo, ancora, un altro sì.

“Siamo così 
È difficile spiegare 
Certe giornate amare, lascia stare 
Tanto ci potrai trovare qui
Con le nostre notti bianche 
Ma non saremo stanche neanche quando 
Ti diremo ancora un altro sì”

Sembra quasi poetico ripercorrere i messaggi forti che mi rimbombavano nelle orecchie durante l’adolescenza formando la mia coscienza culturale, sociale e personale.

Come a dire che se sono quello che sono dipende anche dalla musica che ascoltavo.

Come succede, in modo uguale, agli adolescenti di oggi.

E quali sono allora i loro miti musicali, quegli idoli dalle cui bocche pende la formazione delle menti e dei valori di domani?

L’altrettanto veloce ricerca in rete non fa altro che confermarmi due dei tanti nomi che sento ogni giorno dagli smartphone dei ragazzi con cui lavoro.

Il primo è, ovviamente, Sfera Ebbasta con il suo “Ricchi per sempre”.

Diciamo che l’ho sempre ascoltata abbastanza distrattamente perché ha un flow musicale che non mi soddisfa. Ma in questa riflessione è importante che io sappia esattamente di cosa sto parlando e quindi mi sono letto il testo completo.

Del quale condivido l’estratto più significativo.

Eravamo in un parchetto in trenta
Pensavamo: “Cazzo ce ne frega”
E non avevo più testa già in terza media
Fanculo alla prof che mi stressava
Ho sempre immaginato una fine diversa
Quando i soldi non bastavano per la spesa
Quando poi è morto pa’ ho detto: “Sono un uomo”
Anche se non mi sono riuscito a tenere un lavoro
E me ne andrò su un jet, lontano da casa
Ma almeno sono riuscito a far ridere nanna
In mezzo a qualche ragazza che non mi conosce
Che non mi ama quanto ama il mio conto in banca”

Ma, mi dico cercando di rispettare quel meccanismo fondamentale che è la sospensione del giudizio, non saranno tutti così i testi dei nuovi artisti.

E allora proseguo nella ricerca con il secondo nome.

Con la sfiga di imbattermi in “Dolce droga” di Young Signorino. E non posso esimermi dall’utilizzare il termine “Sfiga” perché, nonostante gli oltre 7 milioni di visualizzazioni, sfido chiunque con un minimo di buon senso ad arrivare alla fine della canzone

Che racconta esattamente così.

Sul collo ho una pastiglia che, uh
Mi assomiglia
Cara mamma e anche sua figlia, mhh-mhh
Quella pastiglia
Ya, ya, ya, ya
Lei la chiamo Chicca, ya
Poi le do una chicca, ya
Ce l’ho sulla lingua, uhSono sexy una cifra, hey
Scemo cosa vuoi da me? Ya
Ti mangio come una pasta, gnam
Io le dico sotto voce, ya
Che sembra la dolce droga, uh-uh
Sul collo ho quella caramella ih-ih
Se ne accorge e me la lecca, mh-mhh
Dolce dolce droga
Puoi chiamarmi “Paolo Moda”
Puoi chiamare la tua troia
Che è due ore che si accolla
Giro, giro, brrah
Sembra che sono una giostra
Se la senti zuccherina
Sì, quella lì è dolce droga
Ho la testa che, oh mama
È completamente vuota.

E beh.. che dire?

È abbastanza evidente che i messaggi intrinseci (al netto della difficoltà di comprendere magari alcune metafore, ma questo potrebbe essere un limite mio) sono sufficientemente differenti. E che occorre una nuova rivoluzione culturale.

Che non è di pretendere che cambino i modelli musicali ma, nel nostro ruolo di adulti, di insegnare ai ragazzi la capacità di un ascolto critico di ciò che YouTube, Spotify o quant’altro propongono. Altrimenti, purtroppo, anche loro saranno domani quello che ascoltano oggi.

Perché gli artisti di oggi, a mio parere, altro non fanno che pubblicare canzoni che possano piacere ai potenziali clienti, senza preoccuparsi della loro funzione educativa.

Tocca forse a noi cavalcare quel “vento di cambiamento” che, scritto nel 1989, è diventato un inno solo nel 1991?

È ora di un novo “Wind of change”?

murales sulla verità

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