Scuola: la valutazione difficile ai tempi del COVID19

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A ritrovare l’anima ci vuole.
Non è semplice, ma i visi pian piano riappaiono nelle loro espressioni conosciute, quando cala l’ansia.
Sì, perché in videolezione parli sempre con tutti, ma non è detto che arrivi dove vuoi e non li puoi sempre osservare, perché magari qualcuno, con la telecamera accesa, non riesce a far funzionare il suo dispositivo e allora usi il tuo istinto di maestra per ascoltare il tono della voce.

C’è chi avrebbe proprio bisogno di essere lì a un passo e questo lo sai molto bene.

Quando riesci a mantenere la quota, e tra alti e bassi ci vuole un bel po’, provi anche a ricostruirti le loro nuove immagini, più ricche di particolari: puzzle prezioso che ha una sua concretezza. Sembra di no, ma invece sì.
E pian piano senti che il puzzle è la valutazione di questo momento particolare: l’unica valutazione possibile.
La valutazione sì… sembra lo spauracchio del momento.

Mettere nero su bianco un voto sembra proprio surreale, ma tanto e come sempre siamo tenuti a farlo.

valutazione difficile

Valutazione, dunque, in questo momento è…?

La domanda del secolo.
Il numero dei compiti svolti?
La correttezza dei compiti svolti?
La lunghezza degli elaborati o l’esattezza dei calcoli?
Una verifica a tempo con Moduli?
Nemmeno nella scuola “a scuola” una valutazione così è completa ed esaustiva, figuriamoci in Dad.
Per valutare servono tanti tanti indicatori in più da incrociare e tutti insieme dovrebbero aiutare a capire se il percorso è in crescita o meno.

IL PERCORSO, non il compito, non i risultati contingenti.

A scuola la valutazione dei risultati ottenuti in presenza aiuta certamente a completare il quadro, sempre nella prospettiva che essi sono fotografie del momento da interpretare alla luce dei precedenti e delle aspettative.
E come prima, più di prima, i risultati, più che a dare un voto,  devono servire a comprendere come migliorare il nostro lavoro: cioè, quando mettiamo in bacheca fb “Insegnami nel modo in cui io imparo”, dobbiamo poi dar voce reale a questo.

Mi spiego meglio: se in assenza di difficoltà specifiche un bambino non cresce nella conoscenza, il voto in realtà lo diamo a noi, per poterci lavorare.

Parliamoci chiaro: il mio smarrimento l’hanno pagato loro e il mio sforzo a fare ogni giorno di meglio deve servire a loro, non al mio ego.

Il voto è, come sempre,
un voto anche a me stessa.

A me fa rabbrividire, ma forse dovrò preparare una verifica oggettiva, dicendo a tutti i bambini di fare del loro meglio e che, come al solito, una verifica non è indicativa di un percorso. E se uno di loro non riuscisse a lavorarci?
E se non avesse un dispositivo adeguato? E se…
Per questo una prova oggettiva, non è oggettiva nel contesto COVID19.
Io ho questa percezione.

L’unica valutazione affidabile potrei farla al massimo sulla qualità della connessione.

Valutazione è, intanto, formativa e non è che può cambiare solo perché è cambiato il modo di raggiungerli e dobbiamo facilitarci il compito.
Se fino ad ora le prove oggettive dovevano riuscire a fotografare un momento da inserire in un contesto fatto di osservazioni, per definire un percorso in crescita, ora più che mai, in questo momento complesso più per loro che per noi, non possono bastare… anzi, possono essere perfino fuorvianti.
E i bambini non possono certo pagare il prezzo della lontananza.

Siamo in dovere di comprendere il contesto attraverso osservazioni: dovrebbe essere lo stesso e anche di più, oggi.

Una domanda in contesto, una risposta data di getto, un’alzata di mano modello Apollo 13, un silenzio troppo prolungato per me valgono molto di più di una verifica a tempo. Se io annoto con la data e ci rifletto e richiamo e aiuto.

Incrociando poi l’interesse a capire, l’aderenza alle attività proposte, il confronto con i colleghi, l’entusiasmo o la demotivazione (Che va curata con tanti tanti messaggi e incoraggiamenti…ché sbagliare fa parte del crescere e dell’imparare…ché “dai forza che sei bravo, un passo in più dai, disegna, fai le prove che vuoi e poi rimanda”) si arriva a farsi un quadro.

53 quadri?
Sì, 53 quadri.
53 piccole opere d’arte che sono tutte fatte di pennellate di getto e di miglioramento. Un dovere riconoscerle. Sennò poi ci restano male male.
Ogni bambino merita di essere riconosciuto in questo momento storico in tutto ciò che è riuscito a fare. Grazie a noi o nonostante noi.

Volevo fare l’archeologa… invece sono moglie, mamma, sorella e maestra e per me è più che sufficiente, anzi, ottimo. Sono una donna “orgogliosamente media”, ma decisamente realizzata, che non si annoia neanche un po’…

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