Si può essere felici a scuola?

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Ultima modifica 20 Giugno 2019

Si può essere felici a scuola?
Secondo me sì.
Sì. Una risposta netta e secca.
Parlo di una felicità altra rispetto al regalo di Natale… ma forse più profonda e intima.
Parto da qui:  per i bambini, a dispetto nostro, il saperne di più rende forti ed entusiasma.
E’ una forza che in questo tempo sembra quasi non servire, ma loro non si arrendono.
I bambini sono più saggi di noi: è nella loro indole cercare di conoscere e la loro saggia sete ci dovrebbe far riflettere…
Loro, con forza, e con quell’antipatica insistenza :”Perché quel gatto fa così mamma? Papà ma l’orologio come fa a muoversi? Ma nonno come mai quelle case si sono sgretolate? Perché tira il vento?”
E noi lì, che rispondiamo, e al terzo perché già ci formicolano le meningi.
Ma loro insistono senza tregua…che verrebbe voglia di impiantargli la Treccani nel cervello e via!

E allora credo fermamente che la scuola sia per loro un’occasione ingombrante di felicità.
Un po’ perché andare a scuola fa sentire grandi, un po’ perché le loro domande trovano una risposta.

Students with their arms raised and a female teacher standing at the chalkboard

Oggi, primo giorno, abbiamo iniziato con scienze: l’acqua.
Quante ne sapevano!
A 7 anni parlavano dei due oceani che si incontrano di fronte a Capo di Buona Speranza e delle stalagmiti delle grotte di Castellana. Parlavano dello scaldabagno e della caldaia. Parlavano della differenza tra acqua di mare, acqua dolce e acqua della piscina.

Nonostante insegni da 15 anni, ancora sto lì a sentirli con uno stupore che, vabbeh, insomma mi emoziono.

Ma non mi imbambolo, nel senso che lo stupore non è fine a se stesso.
Loro conoscono, ma sta a me dare un tessuto connesso in cui inserire tutto ciò che sanno; sta a me far scoprire i legami e le relazioni.

Ecco, è qui il punto felice: se le loro conoscenze fossero state senza sfogo e avessi iniziato con un bel dettato scientifico avrei ammazzato il loro entusiasmo e pure il mio… la loro creatività e pure la mia.

Se avessi livellato tutti nel silenzio, probabilmente avrei avuto davanti piccole amebe obbedienti, silenziose.
E invece erano lì con la mano alzata a dire la loro. Tutti.
E’ stato difficile, il primo giorno, ricordare a tutti il rispetto del turno, ma sono felice che si siano ricordati subito che a scuola si può parlare, si può dire, si può riflettere a voce alta.
E io credo che, al di là del sorriso (un “dareavere” che cerco sempre nelle mie giornate scolastiche), loro si sentano felici di poter partecipare senza che nessuno giudichi.

La mano alzata e il saltello sulla sedia e gli occhietti in attesa costituiscono una delle immagini più belle che si possano vedere a scuola e si avvicina molto a quell‘attimo di dimenticanza (dei propri crucci e dei propri piccoli grandi problemi) di cui parla Totò, sia per l’insegnante che per il bambino.
E questa frase di Ovidio è stata il mio augurio ai bambini, per quest’anno, perché non mollino mai la loro curiosità e sfiniscano chiunque con le loro domande:
“Che c’è di più duro della roccia e di più molle dell’acqua? Eppure la molle acqua scava la dura pietra”
Magari non ne sentiranno il senso profondo oggi, ma in soffitta, tra 10 anni, gli cadrà il quaderno e si aprirà su questa pagina e chissà…potrebbe essere anche quello un attimo di dimenticanza, ricordando la loro mano alzata dall’entusiasmo.

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