Un’insegnante con la valigia

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Ultima modifica 20 Giugno 2019

Una storia “vera”… a sostegno dei miei colleghi che hanno scelto o sono dovuti partire.

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Mia mamma mi diceva sempre che diventare insegnante, per una donna (ma soprattutto per una mamma), era il mestiere più bello del mondo. Tanto tempo libero per seguire la casa ed i bambini, l’estate intera (o quasi) per rilassarsi e godersi la famiglia, poco impegno fisico, insomma, una pacchia.

Diciamo che da quando era maestra lei le cose sono un po’ cambiate: avrei voluto spesso e volentieri saltare tutte quelle riunioni che iniziavano a settembre, progetti, voci di bilancio e budget che mi facevano sembrare più una donna d’affari che non un’insegnante e oltrepassare subito la porta dell’aula per insegnare durante il primo giorno di scuola. Gli impegni sono molti e spesso c’entrano poco con quello che dovremmo fare effettivamente noi, stare con i bambini.

La sicurezza del posto fisso ormai non c’è più ma fino adesso ho sempre lavorato: prima supplenze breve, poi annuali e nel frattempo una maternità, e poi un’altra maternità. Non si può aspettare di avere un contratto a tempo indeterminato per sposarsi e fare figli, di questi tempi è quasi impossibile.

Michele e Lucia hanno sei e tre anni e fino adesso sono riuscita a gestirli abbastanza bene. Adoro il mio lavoro e non lo cambierei per nulla al mondo, credo che sia il più bello del mondo, ma la flessibilità dell’orario mi ha comunque aiutato a crescere i bambini.

Ma quest’anno si parla di “Buona Scuola e di riforme come sempre accade da tanti anni a questa parte. Con una novità: in sintesi noi precari possiamo fare domanda di assunzione ma su base nazionale: significa che si può essere spediti a Trapani così come a Torino, a prescindere dalla provincia di residenza. E non basta: se si fa domanda e poi non si accetta si viene esclusi da tutte le graduatorie perdendo la possibilità di lavorare.

Ma che senso ha che un’insegnante del Sud si sposti al Nord e viceversa? Insomma, se io faccio domanda per la mia provincia che senso ha che io sia spedita dall’altro capo dell’Italia dove, a sua volta, un altro insegnante ha fatto domanda?

Valigia-piccolo-viaggiatore

Io ho scelto di no.

Per i miei figli non mi sembra giusto piegarmi a questa lotteria (perché di lotteria si tratta) né di far cambiare e stravolgere la vita ai miei figli per un posto di ruolo. Ho studiato per la mia professione, ho fatto sacrifici, ho investito ed ora non è possibile stravolgere la vita così. Soprattutto per la mia famiglia.

Anche perché, ripeto, non ne vedo il senso.

Preferisco fare piccole supplenze, magari tirare la cinghia ma rimanere con i miei figli.

Sono solidale comunque con i miei colleghi che hanno fatto una scelta così coraggiosa,ma non credo che un insegnante infelice, privato della propria famiglia e dei suoi affetti possa fare amare la scuola anche ai figli degli altri. Queste cose i nostri politici ancora non l’hanno capito, forse perché, l’ultima volta che sono entrati in una scuola, è quando facevano le elementari.

Arianna Simonetti

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