E se la violenza la fa il giudice?

Ultima modifica 30 Novembre 2015

Il 25 novembre è stata la giornata dedicata alla violenza sulle donne, siamo nel 2015 e ce ne è ancora bisogno, perché?

Perché se le donne hanno fatto giganteschi passi avanti, se hanno acquisito, almeno la maggior parte, consapevolezza di se, del proprio ruolo, se non si sentono più relegate al ruolo di domestiche non pagate, di strumento di piacere al quale solo l’uomo aveva diritto, il tutto nascosto dietro il titolo, puramente onorifico ma che non rappresentava nulla di concreto, di regine della casa, molte resistenze, anche culturali, continuano a sopravvivere nella mente non solo dell’uomo sulla strada di una effettiva parità.

Non voglio qui parlare delle violenze fisiche o psicologiche delle quali veniamo a conoscenza giorno dopo giorno dai media nostrani, ma di una violenza più sottile che viene perpetuata da chi detiene il terzo potere, quello giudiziario.

Forse qualcuno penserà che non si può parlare di vera e propria violenza, che non ne ha le sembianze, che si tratta solo di sentenze, di alcune sentenze, ma le stesse sono l’indice di una mentalità e di una considerazione della donna inaccettabile.

parità

Veniamo al punto.

La prima sentenza riguarda la richiesta di separazione con addebito presentata da una donna che per anni ha subito violenze dal marito, violenze fisiche e morali, che ha sopportato per paura, alle quali non ha avuto la forza di opporsi anche per mancanza di appoggi e di conoscenza, per timore delle conseguenze per i figli, per le proprie condizioni economiche, perché non sapeva come se la sarebbe potuta cavare se avesse denunciato il suo persecutore, come avrebbe potuto crescere i figli, come avrebbe potuto ‘vivere’ se…

E sono passati gli anni, i bambini sono cresciuti, ma le violenze sono continuate, fino a che non ce l’ ha fatta più a sopportare, le botte, le minacce sono state più grandi delle sue paure e ha chiesto la separazione con addebito.

Negata perché aveva sopportato per tanto tempo, troppo per non presumere che fosse consenziente o, almeno acquiescente, che non si potesse presumere che provasse qualcosa di più di una semplice accettazione, che quel clima, quello stato di violenza non le fosse gradita!

Aveva sopportato troppo, tanto da essere considerata se non parimenti colpevole, almeno complice!

La seconda riguarda la concessione dell’assegno di mantenimento ad una donna dopo una separazione. Una donna che era stata fino a quel momento una casalinga, dedita ad accudire il marito e i figli.
Una donna che aveva lasciato il lavoro per occuparsi della casa, ma non si sa se la decisione è stata assunta, la questione è controversa, per volontà propria, per quella del marito, o se lo avessero deciso di comune accordo.

Il giudice ha stabilito che, nell’assoluta assenza di possibilità di mantenersi con mezzi propri, le verrà concesso un assegno, ma solo per un anno, al termine del quale solo se dimostrerà di aver esperito tutte le strade e le ricerche di un qualsiasi lavoro, non trovandolo, potrà esserle concessa una proroga che comunque, a discrezione del giudice, potrà essere interrotta senza appello.

Lontano da me il pensare che una donna abbia il diritto di vivere alle spalle di un ex marito vita natural durante.

Credo che, anche nel migliore e duraturo dei matrimoni, entrambi i coniugi debbano provvedere al proprio mantenimento e a quello dei figli, in tutti i sensi, non solo procurando il denaro con il lavoro esterno, ma con le cure quotidiane divise con la massima equità possibile.

Ma, se per decisione comune, o di una delle due parti, e soprattutto se è stata assunta con condizionamento anche se non proprio coercizione, la donna debba essere rimborsata, del mancato guadagno e del compenso non percepito per il lavoro casalingo prestato.

6e04c5d174645afb75f2b0c479e46af5

Certo che se la separazione avviene dopo pochi anni sarà possibile un reinserimento nel mondo del lavoro, ma se gli anni trascorsi saranno molti la cosa diventerà difficile, al limite dell’impossibilità.

Oltretutto dovrà accettare un lavoro dequalificante e dequalificato poiché non avrà la minima esperienza ne conoscenza, mentre il suo ex compagno avrà nel frattempo potuto far carriera, alle spalle e con l’aiuto della moglie che se ne stava buona, buona in casa a preparargli i pasti, lavare mutande e calzini e, a suo piacimento, scaldargli il letto, nonché sfornargli e curargli i pargoli.

Queste due sentenze non sono forse indici di una mentalità maschilista e non nascondono una sorta di violenza sia pure impropria molto, ma molto grave?

Un tempo, quando il matrimonio era indissolubile, c’erano molte problematiche che si è tentato di superare con l’istituzione del divorzio, ma a questo punto mi chiedo: abbiamo fatto bene? O non abbiamo pensato che avremmo potuto aprire un vaso di Pandora, ancora una volta a scapito delle donne?

Oggi come ieri, il potere è in mano al così- detto sesso forte, anche se si verificano alcune infiltrazioni, anche se in alcuni maschietti si verificano contaminazioni di parità, ma non l’abbiamo ancora acquisita totalmente e dobbiamo premunirci, assicurandoci a tutti i costi l’indipendenza finanziaria, senza la quale è difficile pretendere equità e dobbiamo diffidare della prepotenza, e pensare a noi.

Non prima o dopo, insieme.

Nonna Lì

Rispondi