Lavorare è un lusso. Anzi un safari.

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Giovani e lavoro.
Bell’argomento, si fa per dire, soprattutto se ne parliamo in riferimento al nostro Paese. Bel problema per tutti, anche per chi giovane non è più (chi gli paga la pensione? L’Inps già dice che i soldi scarseggiano…) figuriamoci per i benedetti Millennials, nomignolo che sa di presa in giro ma che oramai indica la nuova generazione che sta bruciando sotto i nostri occhi.

C’è un fenomeno che, come i pezzetti di carne nel pentolone bollente del brodo dell’attualità, ogni tanto viene a galla; quello dei NEET. Chi sono?

NEET è l’acronimo inglese di “Not (engaged) in Education, Employment or Training” e indica quelle persone che non sono impegnate nello studio, nel lavoro nella formazione. Nel 2016 in Italia, l ‘OCSE stima che questi siano stati “oltre un terzo dei giovani tra i 20 e i 24 anni … Tra il 2005 e il 2015 la loro percentuale è aumentata in misura superiore rispetto agli altri paesi OCSE: cioè del +10%”.

È difficile capire il problema del lavoro quando se ne ragiona a livelli di sistema: l’automazione sostituisce sempre di più il lavoro manuale (e Bill Gates, sacrosantamente propone di tassare i robot); la popolazione italiana invecchia sempre di più e fa meno figli; l’economia “in nero” italiana è stimata essere intorno al 30% dell’economia “alla luce del sole”; molti lavori non li vogliamo più fare ed esistono aziende (realmente!) che non trovano determinate risorse per certi tipi di lavoro artigianali o tecnici.

Ma fin qui non ho detto niente di utile o di particolarmente brillante. Perché?

Perché né io né te che mi leggi ci possiamo fare molto, oltre che crearci un’opinione e cercare altri dati di riferimento. Quello che possiamo fare, da genitori, da adulti, da persone che un po’ di mondo l’hanno navigato, è calarci dai massimi sistemi nei problemi specifici dei nostri figli, dei nostri nipoti e di chi ci guarda dal basso in alto non per statura ma perché un po’ di mondo sotto i piedi gliel’abbiamo rovinato anche noi. E allora? Guerra!

Non dobbiamo o possiamo risolvere il problema dell’occupazione giovanile in Italia, ma provare doverosamente a farlo per chi ancora siede tutti i giorni a tavola con noi o da noi dipende per camicie, mutande e calze. Come si fa? (Aspetta che ci scrivo un libro sopra).

Si comincia con il ragionare nel proprio cortile.
Capire inclinazioni, motivazioni, emozioni dei nostri figli, che cosa vogliono fare. Li si spinge a cercare informazioni (sulla rete c’è tantissimo! Mondi da esplorare e miniere da scavare!
Oltre quanto immaginiamo, spesso gratis e basta imparare a cercarlo). Inglese e computer come piovesse.

Gli si dice che non è solo questione di studi e “pezzo di carta” ma anche di “castagna”.
La “castagna”, mi insegnava papà, è il pugno del pugile che per rafforzare i muscoli della mano tiene tutto il giorno in mano questo frutto stringendolo forte e facendolo roteare. C’è chi la chiama “tigna”, il grande Giorgio Albertazzi in un celebre monologo la chiamava “el duende”.

Sulla rete ci sono tutorial e webinar, powerpoint di ogni materia.
Ci sono le aziende che si presentano ed occorre imparare a saper leggere quello che dicono (“Papà vorrei fare l’ufficio stampa… Ma in quest’azienda no… Hanno le news ferme a tre anni fa…!” “Vai figlio buttati! Stanno cercando uno come te!”).

E bisogna insegnare a prendere mille porte in faccia (così poche?), a imparare dagli errori, a fare mille colloqui con il sorriso e le scarpe lucide. Bisogna dire ai nostri figli che crediamo in loro, che ce la possono fare e noi combattiamo con loro. Alla fine qualcuno, fra tanti vecchi e tanti NEET, i lavori dovrà farli o no? Il ricambio generazionale esiste.

Non bisogna mollare mai, bisogna credere in quel che si fa qualsiasi cosa sia, bisogna parlarne tranquillamente in giro, farsi vedere e farsi conoscere (e LinkedIn a saperlo usare funziona, certo che poi se su Facebook si postano foto da ubriachi… si smonta tutto). La reputazione è un valore da guidare.

Quella del lavoro è una voglia di cui non bisogna vergognarsi. Pane, salame e umiltà.

Va bene avete fatto tutto questo, i vostri figli sono combattivi, ma il lavoro non è arrivato.
Il lavoro è un lusso sono d’accordo, il dibattito attualissimo sul reddito di cittadinanza dice anche questo. Ma il cacciatore – sotto, sotto – se è tale, lo è sempre.

Il lavoro è un safari: si dorme con un occhio per volta, fucile carico, avete teso le trappole? Insegniamo ai ragazzi a saper chiedere, a saper rapportarsi con gli altri, al farsi vedere interessati e se si ha un posto dove piacerebbe lavorare occorre investigare, fare colazione nel bar dove tutti quelli che lavorano in quel posto prendono il caffè.

C’è un solo spermatozoo che feconda l’ovulo, in una corsa di milioni.
Allenarsi a essere quello è comunque un lavoro che fortifica e irrobustisce, perché davanti a se stessi è fondamentale poter dire “Ce l’ho messa e ce la metto tutta”. Già, ma questo non è un lavoro pagato.
No certo, ma questa frase paga in dignità e autostima. Il lavoro di essere persone vere.

Da oltre trent’anni s’agita nella comunicazione sporcandosi le mani (e la coscienza) con siti internet, uffici stampa, organizzazione di eventi, advertising e ultimamente con i social. Dice di fare il copy, è anche pubblicista e scrive, scrive, scrive…

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