Ultima modifica 28 Aprile 2021

L’adolescenza, ormai credo di averlo ripetuto fino alla nausea, è quel periodo della vita in cui i ragazzi vogliono fortemente distaccarsi dal mondo adulto per cominciare a costruire la loro identità personale. Quella che farà di loro degli adulti.

In questa fase della vita uno dei temi più importanti (e più controversi) è quello relativo alla libertà.

Per libertà si intende la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi e agire senza costrizioni, ricorrendo alla volontà di ideare e mettere in atto un’azione, mediante una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a realizzarla.

libertà

Libertà, per un adolescente, significa fare quello che vuole. Senza il controllo o il condizionamento da parte degli adulti.

Ecco perché i nostri figli si spazientiscono ogni volta che chiediamo loro dove stiano andando, con chi e a che ora tornino. Nonostante le nostre domande pressanti sono restii a raccontarci come passino il loro tempo, con chi lo trascorrano e dove.

Per gli adolescenti il controllo degli adulti (dei genitori, in primis) è un grosso limite alla loro libertà. Che per loro significa essere trattati ancora come dei bambini, sprovvisti di capacità di discernimento.

Ma noi adulti, che ben conosciamo il mondo e i suoi pericoli, non possiamo esimerci dal cercare di esercitare quel controllo che confondiamo con il senso di protezione.

Questo scontro tra il nostro istinto protettivo e la necessità dei nostri ragazzi di sentirsi liberi si traduce quotidianamente in motivo di scontro. Fino ad arrivare a battaglie che si trasformano in guerre. Guerre estenuanti che ci lasciano entrambi privi di forze a domandarci se stiamo cominciando a odiarci vicendevolmente.

Guerre che, qualche volta,
ci fanno pensare che sarebbe meglio deporre le armi.

Sarebbe la scelta giusta? La decisione migliore? Decisamente no. 

La psicologa americana Gretchen L. Schmelzer ha affrontato l’argomento scrivendo una potenziale lettera che un adolescente qualsiasi avrebbe potuto indirizzare al proprio genitore parlando proprio di questa continua guerra e della sua importanza.

Naturalmente questo scritto sia frutto del ragionamento razionale di un adulto e probabilmente non ricalchi esattamente il pensiero di un adolescente, certamente descrive in modo preciso il periodo peggiore che ogni genitore deve affrontare.

Ci sono dei passaggi di questa lettera che, per me, hanno un gran significato.

Soprattutto oggi: una comune domenica in cui ho dovuto battagliare con mia figlia per il suo atteggiamento contrario a qualsiasi mio comportamento. Una giornata in cui le ho ricordato quanto il suo essere “un’adolescente isterica, mutevole e antipatica” mi abbia provocato fatica nella relazione con lei. 

combattere

“Ho bisogno di odiarti, proprio
ora e ho bisogno che tu sopravviva a tutto questo. Ho bisogno che tu sopravviva al mio odiare te, e al tuo odiare me.
Ho bisogno di combattere con te, anche se persino io lo detesto.”

Questo primo passaggio è di fondamentale importanza: l’odio che i nostri figli vivono nei nostri confronti non è rivolto a noi come persone. Si tratta di un odio verso la condizione adulta. Che da una parte è ciò a cui anelano i nostri adolescenti, ma dall’altra è ciò di cui hanno più paura.

Perché diventare adulti è un percorso lungo e faticoso. E noi genitori rappresentiamo ciò che i nostri ragazzi vorrebbero diventare ma di cui hanno paura.

Ecco allora che il nostro “sopravvivere” a tutto questo odio ha un ruolo decisivo nella formazione dei nostri figli: se riusciamo a resistere possiamo insegnare loro che gli adulti – quando credono in ciò che professano – restituiscono valore alla fatica. E che diventare adulti ha un senso.

tiro alla fune

“Ho disperatamente bisogno che tu mantenga l’altro capo della corda. Che tu lo stringa forte mentre io strattono l’altro capo, mentre cerco di trovare dei punti di appiglio per vivere questo mondo nuovo.”

La metafora della fune ben rappresenta la quotidiana guerra tra un adolescente e un genitore. Nel tiro alla fune si parte da una condizione di equilibrio nel quale entrambi “tirano l’acqua al proprio mulino” utilizzando tutta la forza che hanno nel proprio corpo. A costo di rimanere esanimi.

Ma non è chi tira di più a rappresentare la forza, quanto l’equilibrio che si mantiene tra uno strattonamento dato e uno subito. Che è il vero senso dell’adolescenza: non esiste un vincitore, ma si vince entrambi mantenendo la bandierina sulla linea di partenza.

In adolescenza (da una parte o dall’altra della barricata) non esistono vincitori e vinti, solo sopravvissuti che diventano vincitori solo per il fatto di non aver mollato la corda.

amore e odio

“Ho bisogno che tu ami anche il peggio di me, anche quando sembra che io non ti ami. In questo momento ho bisogno che tu ami sia me sia te, per conto di tutti e due.”

Lo confesso: oggi la mia adolescente preferita mi ha proprio tirato fuori dai gangheri e non sono riuscito (malgrado ci provassi con tutte le mie forze) a non essere inacidito dai suoi atteggiamenti. Metteva in discussione qualsiasi cosa le dicessi, dalla più banale alla più importante.

Oggi sono riuscito a non sopportare ogni comportamento di mia figlia.

Ed è stato molto faticoso tenere a mente il suo bisogno di essere amata anche quando riesce ad essere detestabile. Perché sono umano.

Ma aveva bisogno della mia capacità di resistere, perché le insegnassi che resistere alle difficoltà della vita è un valore importante. Una qualità che rende un adulto degno di essere definito tale.

E adesso, al netto della giornata, riesco ad amarla per avermi insegnato qualcosa.

 

 

 

Gli adolescenti, per quanto ce lo chiedano con tutta la forza che hanno, non devono essere lasciati da soli. Non importa se dobbiamo scontrarci (con loro o con altri adulti che stanno loro intorno), non conta la distanza (fisica o emotiva) che ci separa, non fa differenza la fatica che dobbiamo sopportare in questo compito.

Se lasciamo soli gli adolescenti non facciamo il loro bene.

“Tutti circondati di mostri e di dèi, non si conosce la calma. Dei gestii compiuti in quegli anni, quasi non ve n’è uno che più tardi non vorremmo sopprimere, mentre ciò che invece dovremmo rimpiangere è di non possedere più la spontaneità che ce li faceva compiere. Più tardi si vedono le cose in modo più pratico, pienamente conforme a quello del resto della società, ma l’adolescenza è il solo tempo in cui si sia imparato qualcosa.”
(Marcel Proust)

 

(Dedico questa riflessione alla mia amica romana, che con le sue tribolazioni di genitore di un adolescente mi ha aiutato a ricordare quanto il compito di genitore sia complesso quando ci sei dentro.)

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