Ultima modifica 24 Agosto 2020

APE, per chi non lo sapesse, è l’acronimo di Anticipo Pensionistico.
A partire dallo scorso maggio, l‘APE ha dato la possibilità ai lavoratori, dipendenti, autonomi, iscritti alla gestione separata, che avessero compiuto i 63 anni di età, di andare in pensione in anticipo.

Le modalità di “ritiro anticipato dal lavoro” sono state sostanzialmente due: l’APE volontaria, che consente di ricevere la pensione anticipata tramite una sorta di prestito che verrà restituito, poi, attraverso una decurtazione dell’assegno pensionistico mensile, e l‘APE sociale, che consiste, invece, in un vero e proprio sussidio, erogato ai lavoratori destinatari di una certa tutela.

Un’ulteriore differenza tra le due misure, sta nel fatto che l‘APE sociale, essendo un vero e proprio sostegno al reddito, richiede, per essere erogato, di rispondere a requisiti ben precisi: avere almeno 30 anni di contributi versati, in caso di disoccupazione prolungata, riduzione della capacità produttiva, o necessità di assistere un convivente con handicap, oppure 36 anni di contributi se si è lavoratori dipendenti che hanno svolto, per almeno sei degli ultimi sette anni, lavori pesanti o rischiosi.

Con la legge di stabilità 2018, da poco approvata dal Consiglio dei Ministri, l’APE sociale si tinge di rosa riconoscendo un ruolo importante alle donne lavoratrici con figli.
Le donne con figli hanno, infatti, la possibilità di richiedere l’APE social, qualora abbiano i requisiti necessari, con uno sconto sui contributi, che può arrivare fino a 2 anni, e che viene conteggiato in sei mesi per ogni figlio.

ape
Ciò significa che una donna di 63 anni, con quattro figli, ad esempio, che sia disoccupata, invalida o su cui gravi la cura di un disabile convivente, può richiedere l’APE social con 28 anni di contributi, anzichè con 30, mentre se addetta a lavori pesanti o rischiosi, può ottenere il sussidio dopo 34 anni di contributi e non dopo 36.

Una misura, questa che, in linea di massima, va apprezzata, anche se, in realtà, riguarda di una platea di donne molto ristretta, visti i requisiti previsti.
Di fondo, c’è un importante riconoscimento, ovvero quello del carico di lavoro che una lavoratrice, che è anche mamma, porta avanti per una vita intera.

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Certo, riconoscere questo merito solo a categorie di donne che già versano in situazioni difficili è molto riduttivo e vago. Sono donne per le quali, visti i lavori che svolgono o le situazioni famigliari in cui devono destreggiarsi, forse, il lavoro di cura dei figli è stato solo una goccia in un mare di sacrifici e che, forse, avrebbero avuto diritto ad un ulteriore sconto sui contributi indipendentemente dall’essere madri.
Scegliere loro come testimonial del duro lavoro di madre suona un po’ come: “Visto che è una categoria circoscritta, destiniamo a loro, simbolicamente, un bonus che, in realtà, spetterebbe a milioni di donne in Italia.”

mamme pensione

Perchè, si sa, fare la mamma è un impegno familiare ma anche sociale che, da solo, varrebbe una pensione.
Essere mamma, nel nostro paese, è un lavoro bellissimo ma senza dubbio usurante ed ecco soddisfatto almeno un requisito per l‘APE Social.

Essere mamma non dura sei mesi. In sei mesi, forse si possono quantificare le ore notturne passate insonni solo nei primi cinque anni di vita di un figlio, ed è solo l’inizio!
Ma la coperta è corta ed è giusto iniziare a coprire chi ha più freddo.
Le altre mamme, per scaldarsi, intanto, continuino a pedalare!

Vivo in Val di Susa, un posto in cui ancora i vicini si scambiano i biscotti fatti in casa ed i bambini crescono insieme. Due figli, un marito, un diploma di sommelier e una piccola ditta che seleziona e rivende vini di qualità. Da qualche tempo, ho anche realizzato il mio sogno di creare un blog sull'enoturismo.

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