Bagni pubblici troppo pubblici – metodi [DIS] educativi di oggi

Ultima modifica 22 Febbraio 2021

Come mi capita spesso ormai, nell’era della notizia digitale, mi imbatto nelle cose, non me le vado a cercare. Sicché mi ritrovo un sabato mattina con le orecchie fumanti per una notizia che leggo e per il relativo commento positivo ‘ottimo gesto educativo e di responsabilità civica’.

Sto parlando del Dirigente Scolastico savonese che sceglie di fare rispettare le norme antifumo togliendo le porte ai bagni degli studenti.

Non contento, stabilisce una postilla per la quale le donne (non so, forse crede ancora che le mestruazioni portino disgrazia) possano beneficiare nientemeno che del bagno dei docenti con la chiave.

I livelli di riflessione sono veramente molteplici: il ruolo dell’adulto, la competenza educativa, le priorità.

Il ruolo dell’adulto include l’assunzione di responsabilità, la conoscenza del ruolo stesso, la capacità di condividere con la comunità adulta e delegare, la conoscenza delle leggi del suo Stato. Nel merito di questo punto mi chiedo se il DS comprenda la gravità della misura adottata rispetto alle leggi vigenti sulla tutela dei minori e non solo, e dove erano i suoi colleghi e cosa pensavano coloro che hanno scardinato le porte, parlando di comunità.

Come membro di questa comunità avrei denunciato seduta stante alle forze dell’ordine questo gesto. Mi chiedo anche come è arrivato a questa decisione, se abbia pensato e utilizzato altri mezzi, se e come abbia coinvolto i suoi propri dipendenti docenti e non docenti, strutturando un percorso di conoscenza dei regolamenti e programmando sanzioni idonee.

Non a caso, la specifica legge sul fumo in luogo pubblico non prevede la spoliazione del fumatore, ma bensì una multa in denaro.

Perché mi permetto di tirar fuori la spoliazione, la nudità: sappiamo noi adulti, tanto più lavorando con minori, come si sviluppa un individuo? Evidentemente no, e lo sappiamo sempre meno.

Nell’articolo letto si cita Gli Sdraiati di Michele Serra, breve testo di ultima pubblicazione, del quale cito un passaggio degno di nota per spiegarci un genitore di oggi (benché ricco, famoso, colto e nemmeno giovanissimo):

Guardo i miei vasi di portulache, affacciati sul mare e schiaffeggiati dal vento e dalle gocce ormai fitte. Il più futile dei pensieri – chi curerà questa terrazza quando non ci sarò più? – è anche il più lacerante. Mia nonna, poi mio padre curarono questi vasi. La cura del mondo è un’abitudine che si eredita. A dieci anni riempivo l’innaffiatoio per mio padre, e la facilità con la quale lui maneggiava con una sola mano quei dieci litri d’acqua che io gli porgevo con fatica e impaccio mi pareva il traguardo della mia infanzia. Ora che maneggio con la stessa destrezza quei dieci litri, e sono dunque adulto, mi rendo conto che nessuno mi porge l’innaffiatoio. Una catena è spezzata – ne sono l’ultimo anello. Non c’è dubbio. Sono l’ultimo anello. Di quale nuova catena tu e Pia siete l’anello?’

Dov’era il piccolo Serra quando Michele annaffiava le piante?
Con la mamma, la tata, la tv, allo sport .. ?
Non a condividere l’annaffiatoio, comunque. L’anello, nella catena, ce lo dobbiamo inserire noi.

L’apprendimento è un’operazione di imitazione, per questo anche le scimmie imparano dall’uomo.

Per insegnare ci vuole presenza, una presenza che faccia da modello.

Anche io per lavoro incontro ragazzi dalle scuole medie ad un’età in cui dovrebbero essere Uomini e Donne, ma se per mille motivi, economici, sociali, non hanno potuto imitare un modello sufficientemente buono, non si può chiedere loro di inventarsi un sapere.

Il sapere stare al mondo, rispettare le persone e le regole. Un bambino, un ragazzo, un adulto che non rispetta, non è stato rispettato, glielo dobbiamo insegnare ‘come se avesse due anni’, diceva un famoso film.

Togliere le porte ai servizi igienici non è rispettoso, è un abuso. E’ un abuso nei confronti di una persona in formazione che si trova nel momento massimamente critico con il suo corpo sessuato che cresce. Il fatto poi che questi ragazzi riescano a dire NO! è una legittima e adeguata risposta in difesa della loro integrità fisica e psichica.

Un bambino quando nasce ha bisogno che gli adulti lo aiutino a separarsi dal corpo della madre. Poi ha bisogno di imparare che anche il resto del mondo è una cosa diversa da sé. E poi ha bisogno di imparare a conoscersi, a capire chi è. Questo passaggio non appartiene allo sviluppo infantile ma appartiene a tutti noi e non finisce mai.

Nell’adolescenza però è più difficile perché lo spazio che ci separa dai bambini e quello che ci separa dagli adulti è pieno di ambiguità.

Leggo, sempre nell’articolo citato, ‘evitiamo di allevare dei piccoli despoti ed un domani trovarsi a dire Non lo riconosco più!. Ecco, io credo invece che se riconosciamo in un figlio adolescente, il bambino che era, ci dobbiamo preoccupare assai.

Il cambiamento affatica, ma è fisiologico, e deve avvenire. Dobbiamo riconoscere ai ragazzi la possibilità di cambiare, dare loro il tempo e lo spazio per farlo, il NOSTRO tempo e spazio mentale, fare pace con la perdita di un bambino e accogliere un giovane adulto che farà scelte sue. In questo modo un adolescente impara a dare spazio, a sua volta, agli altri, (a non fumare dove ci sono i compagni) ma sopratutto a sé stesso.

Un ragazzo che non ha spazio fisico, spazio del corpo, non avrà spazio mentale. Non sarà aiutato a conoscere la sua sessualità nell’intimità. Sarà aiutato a scappare da un luogo che non lo accoglie ma che è violento con lui tanto quanto il suo corpo è violento in questa fase di vita.

Dunque la priorità di un adulto educatore forse non è difendere dal fumo passivo i suoi studenti nella sua scuola, ma difenderli dal fumo attivo della sordità e del disconoscimento dei bisogni che respirano dappertutto.

Susanna E. Violanti

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