Carriera o figli?

Ultima modifica 14 Ottobre 2019

Una delle difficoltà maggiori, che noi donne spesso riscontriamo, è quella di conciliare carriera e figli, senza dover rinunciare a nulla.

Finiamo per sentirci in colpa, perché non riusciamo a raggiungere quella sorta di perfezione, a cui vorremmo aspirare. Cerchiamo di essere “superdonne”, pretendendo la perfezione in tutto: lavoro, vita di coppia, casa e figli. Eppure, sembra proprio che la donna capace di mandare avanti tutto, ma proprio tutto, con facilità e competenza, sia un “mito”. Chi tenta, però, di diventare una “wonder woman”, finisce inevitabilmente per chiedersi se valga proprio la pena di lavorare, per esempio, a tempo pieno e sentirsi sempre sfinita. Perché non dovrebbe starsene a casa, felice di essere semplicemente una madre?mamma-lavoratrice[1]

Spesso, perfino tra coloro che hanno sfondato e sono giunte ad alti livelli dirigenziali, l’esaltazione della super donna cede il posto alla stanchezza e alla delusione. Poi, si aggiunge il tic tac inesorabile delle lancette dell’orologio biologico, con cui il desiderio di maternità si fa sempre più esplicito, nonostante il suo prezzo, per molte donne, resti troppo elevato: isolamento, fine della propria attività professionale e, quindi, della possibilità di guadagno.
Se una donna lascia il lavoro e resta a casa, deve subito affrontare le conseguenza della sua scelta e, anche se fa esattamente quello che desidera, cioè occuparsi dei figli, finisce per sentirsi emarginata.

Molte donne, magari, scelgono di non avere figli, perché non ne sentono la necessità o, semplicemente, perché non possono permettersi di lasciare il lavoro o contare su strutture pubbliche, come asilo nido e scuole materne. Ma possono le donne sentirsi pienamente gratificate, realizzate e rassicurate da posti di lavoro? Per molte, la risposta sembra essere negativa. Le scelte personali della donna di oggi sono spesso fuorviate, sia quando nega il proprio bisogno d’identità, posizione sociale e sicurezza mediante il lavoro, sia quando non riconosce il proprio bisogno d’amore e identità mediante il matrimonio, i figli e la casa.

Entrambi i tipi di esigenze sono essenziali, perché nessuno, né uomo, né donna, vive di solo lavoro o di solo amore: tutti ci realizziamo attraverso l’amore e il lavoro, per l’appunto. Le donne, in particolare, non possono più vivere solo come mogli o madri, vogliono svolgere un ruolo più attivo nel mondo. Come, del resto, anche molti uomini stanno cercando altri modelli di vita. Lavorano ma, al contempo, si occupano dei figli e anche delle faccende domestiche molto di più di quanto abbiano fatto i nostri padri.

È però vero che come per alcuni uomini non è piacevole avere una moglie/compagna troppo dipendente da lui, per altri non è nemmeno bello averne una che impiega tutte le proprie energie nel lavoro. Oggi, anche gli uomini chiedono un’intimità autentica e una reciprocità degli affetti, parimenti a quelle donne che, in passato, hanno dovuto sopportare mariti drogati di lavoro.

Forse, se stabilissimo nuovi parametri di vita, un nuovo rapporto con uomini, amore, famiglia e lavoro, se ci accontentassimo di fare solo del nostro meglio, rifiutando il modello di super donna, ci sentiremmo meglio, più leggere, in pace con noi stesse, in qualità di donne. Sapremo di poter correre il rischio di essere imperfette, avendo più fiducia nei nostri sentimenti e nelle nostre capacità, trovando la nostra dimensione, il nostro posto nel mondo, portatore non tanto di emancipazione, quanto di autentica libertà.

Huffington_Arianna_3x4[1]A questo proposito, varrebbe la pena seguire il consiglio di Arianna Huffington, fondatrice, presidente e direttore dell’Huffington Post Media Group, e autrice del libro “Cambiare passo”, con cui lancia la sua personale sfida, ovvero, smettere d’inseguire un tipo di successo che in realtà ci uccide, per coltivare la consapevolezza di ciò che davvero ci rende felici. Per fare questo, la Huffington sostiene la necessità di una “terza metrica” che tenga conto del benessere, del buonsenso, della nostra capacità di meravigliarci.
«L’attuale modello di successo, che si identifica con superlavoro, esaurimento da stress, mancanza di sonno, lontananza dalla famiglia, connessione 24 ore su 24, non funziona. Non funziona per le aziende, né per le società in cui è il modello dominante, né per il pianeta. Non funziona per le donne, e neanche per gli uomini», spiega la Huffington.
In un contesto che «ci riempie di segnali luminosi ad alto volume che ci spingono a far soldi e a salire la scala sempre più in alto, non ce n’è quasi nessuno che ci spinga a rimanere connessi all’essenza di ciò che siamo, a prenderci cura di noi stessi, a dare una mano agli altri, a fermarci a contemplare, e a connetterci con quel luogo dal quale tutto è possibile».

Maddalena

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